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domenica 20 settembre 2026

È un bel Pescara: 0-1 a Sestri Levante col Vado



Nella foto: Gaetano Letizia (36 anni) esulta dopo aver realizzato il rigore


I Dannunziani hanno mostrato grinta e voglia di soffrire, imponendo il proprio gioco

Diciamocela tutta: il Vado non era un grande test per misurare le ambizioni del Delfino. Tuttavia, oggi abbiamo visto una squadra decisa, motivata a difendere con attenzione e ad imporre il proprio gioco.

Era stato preannunciato un cambio di modulo e così è stato: Mister Buscè ha lavorato in settimana su un 4-2-3-1, che probabilmente è il modulo più adatto, vista la grande presenza di attaccanti in rosa, soprattutto di trequartisti e seconde punte. 

La valorizzazione del reparto migliore (non solo in termini numerici) si è rivelata una mossa vincente per il tecnico Biancazzurro.

Il potenziale offensivo visto oggi e nelle precedenti giornate è imponente, con numerose conclusioni a rete. Tuttavia la precisione sottoporta è ancora carente e gli schemi di gioco sembrano affidati più alla velocità e al talento dei singoli che a movimenti coordinati che colgano di sorpresa gli avversari.

Il nuovo modulo dovrebbe garantire un maggiore filtro a centrocampo e un recupero palla più tempestivo, che oggi però non si sono visti molto. 

Piuttosto in fase difensiva la differenza l'ha fatta la determinazione della squadra e il timore di non vincere verso il finale, visto che il risultato è rimasto fermo sullo 0-1.

La paura dei biancazzurri si è rivelata un carburante nobile: almeno stavolta si è avvertito il senso del pericolo che era mancato in precedenza. Si può dire che i compagni abbiano risposto a capitan Valzania, che aveva detto otto giorni fa: "Non giochiamo ancora da squadra". Oggi invece abbiamo visto unità di intenti.


Le azioni

Gli ospiti partono con decisione e prendono l'iniziativa, schiacciando il Vado nella propria metà campo. 

Al 4' Lezzerini respinge con il braccio aperto un tiro avversario in area: rigore netto. La panchina Ligure non chiede nemmeno il controllo dell'RVS (il Var della serie C).

Letizia prende in mano il pallone e si avvia verso il dischetto, spiazzando il portiere Bellocci: 0-1 per il Pescara.

Al 15' gli risponde Vita, che manda a lato di poco un tiro da fuori area.

Poco dopo un inserimento interessante di Sardo, che sfiora il raddoppio, al 35' Vitali taglia in due la difesa avversaria, corre per  quaranta metri, scavalca il portiere con un pallonetto laterale ma manda il pallone fuori.

Lo spumeggiante Vitali si mette in mostra per un'altra percussione in cui supera ben tre avversari, per poi farsi atterrare al limite dell'area: il conseguente calcio di punizione dalla distanza è senza esiti rilevanti.

Pochi minuti dopo ancora, Valzania conclude alto.

Tra le tante conclusioni del Pescara, c'è anche un palo preso da Ferraris su un tiro basso.

Nel secondo tempo continua il monologo Abruzzese, con una sola incursione di Lezzerini da poter annotare per i padroni di casa.

Ferraris si vede ribattere un pallone molto insidioso a due passi dalla porta, 

mentre il centravanti Parigi scheggia il palo.

Passano pochissimi minuti e Parigi ancora, di rapina, ruba il pallone a un difensore e muovendosi un po' a zig zag calcia fuori dallo specchio della porta.

Al 77', come già citato, Lezzerini si fa apprezzare per l'azione più pericolosa del Vado in tutta la partita: Raccoglie un lancio basso da sinistra a dieci metri dalla porta, con una buona visuale, scaglia un tiro che si spegne di poco a lato della porta Pescarese.


Conclusioni

La partita è stata divertente, col Pescara a prevalere nel gioco ma col Vado che ha tentato il contropiede e ha giocato a ritmi elevati. Vitali e Ferraris hanno corso moltissimo e hanno messo letteralmente in crisi la difesa avversaria. Il primo dei due soprattutto è riuscito a saltare diverse volte i difensori spingendosi a fondo campo e crossando. 

Il Vado ora ha solo 4 punti su 6 partite. Ha cambiato la guida tecnica da pochi giorni, con il viceallenatore Annoni promosso sul campo. Il tecnico è stato un roccioso centrocampista in serie A col Torino e ha giocato anche col Pescara.

La sua dirigenza meditava di non partecipare alla serie C, avendo un campo di gioco non omologato. Alla fine ha risolto il problema trovando ospitalità a Sestri Levante, dove il comune gli ha messo a disposizione lo stadio Giuseppe Sivori, con 1500 posti a sedere.

mercoledì 16 settembre 2026

È un delfino a metà: 1-1 col Gubbio, un pari che sa di sconfitta

Il Pescara è partito con ambizioni di vertice ma dopo cinque partite è a otto punti dalla capolista



Nella foto: Luca Valzania, centrocampista del Pescara, classe 1996


Così non si và da nessuna parte. Negli ultimi sei anni il Pescara ha disputato, incluso quello corrente, cinque campionati di serie C.

Di tutte le cinque stagioni in terza serie, la rosa a disposizione di Mister Buscè è di gran lunga quella più forte.

Eppure i sei goal presi dal Forlì, la sconfitta con l'Atalanta U23 e lo striminzito pareggio odierno riconducono ad una realtà mesta e operaia.

I Dannunziani hanno un attacco potente e anche oggi si è visto. Tuttavia mancano determinazione, idee e velocità di esecuzione in avanti.


Le azioni

Al 7' Valzania con un buon tiro dalla distanza sfiora la rete.

Al 21' una incursione sulla fascia destra di Minta mette in crisi la retroguardia di casa.

Passano tre minuti e Minta affonda ancora, mettendo in mezzo per Podda, che è libero di battere a rete: 0-1.

Al 28' Erradi si inserisce bene e sfiora il pareggio: il pallone percorre in diagonale tutto lo specchio della porta e si deposita a lato del palo.

Al 56' Sardo, subentrato ad Erradi, sfiora il palo.

Il Pescara va ancora vicino al goal con Ferraris, ma all'80' concretizza: mezza rovesciata da trenta metri di Parigi, che supera in altezza il portiere Bagnolini e si insacca: 1 a 1.

Poco dopo con un bolide dalla distanza Sardo colpisce la traversa.

Al 93' Ferraris si trova in una mischia a tu per tu con Bagnolini, ma il suo tiro viene ribattuto


Conclusioni

Ivan Saio ha sostituito all'ultimo momento Ujkai, infortunatosi durante il riscaldamento.

Ha compiuto vari interventi di peso, riscattando l'infausta serata di Forlì. Per completezza e onestà va detto che quattro giorni fà, a Bergamo, anche Ujkai aveva dato una ottima prestazione.

Con tutto il rispetto, il modesto Gubbio era facilmente superabile oggi e lo si è visto quando veniva messo sotto pressione  nella sua area.

Mister Buscè non manca di intuizioni interessanti. Tuttavia sta esaurendo le card per sedere su una panchina di prestigio, con ambizioni di promozione. Un pareggio del genere, nella sua posizione, equivale a una sconfitta. 

Tra pochi giorni c'è la trasferta a Vado ligure: potrebbe essere un giorno di duri bilanci. I nodi stanno venendo al pettine.

sabato 12 settembre 2026

Atalanta U23 - Pescara 2-1: i Nerazzurri, compatti e tonici, vincono e convincono




Nella foto: Siren Diao, autore del primo goal Atalantino



Ancora un altro capitombolo del Pescara, stavolta in terra Lombarda, contro un'Atalanta ben messa fisicamente, tatticamente e a livello di tecnica individuale.

Il Delfino se l'è giocata e a tratti ha dato l'impressione di poter far suo il match, ma ha lasciato troppo campo ai padroni di casa, bravi a colpire di rimessa.


Le Azioni

Nel primo tempo non ci sono azioni degne di nota, con le squadre ben attente in difesa.

Si segnala solo un bel tiro di Valzania, servito da Vitali.

Nella seconda frazione la musica cambia: Erradi, subentrato a Vitali, lascia partire un gran tiro ed impegna il poriere Orobico Anelli.

D'Ausilio poi prende la traversa e Anelli blocca la ribattuta al 57'.

Il Pescara cresce e prende il comando del gioco, passando anche in vantaggio:

Al 63' un tiro di Guccione si stampa sulla traversa ma Valzania è lesto a recuperare la sfera e a depositarla in rete da pochi passi.

La gioia degli ospiti dura poco: si apre un varco enorme in difesa e Diao supera tutti in velocità, mandando la sfera a lato dell'incolpevole portiere Ujkai. Il portiere cerca anche di distendersi e di intercettare il pallone con una gamba, ma non può fare molto.

Il Pescara dal canto suo crea occasioni, ma si espone alle ripartenze dei Bergamaschi e Ujkai respinge una doppia conclusione prima con le mani e poi coi piedi: un grande doppio intervento dell'Italo Albanese.

Al 77' Steffanoni, con un tiro dalla distanza, raddoppia: 2 a 1. 

Gli Adriatici fanno entrare Inglese e Ferraris al posto di Guccione e D'Ausilio. Schierano insomma tutta l'artiglieria possibile (Meazzi aveva già rilevato Guccione al 62').

Creano diversi grattacapi alla difesa Orobica, con le incursioni di Meazzi (sempre sul pezzo).

Inglese sciupa una occasione tirando alle stelle da pochi metri in una azione convulsa, quando ormai il cronometro batte 93 minuti.


Conclusioni

Dell'Atalanta U 23 abbiamo già detto il necessario: ha giocatori di talento, bravi nel recupero, cinici, dotati di tecnica e organizzazione tattica, grazie al Mister Nicola Beati.

I Dannunziani devono recriminare sui propri errori: quando si gioca con il 4-3-3, la difesa deve essere alta, recuperare lontano dalla porta e non concedere metri, soprattutto nel secondo tempo quando il fiato manca e la squadra tendenzialmente si sbilancia.

Il capitano Valzania, intervistato dalla tv locale, dà la colpa alla mentalità sbagliata: "Una volta andati in vantaggio abbiamo pensato che fosse tutto più facile e ci siamo rilassati. Non ragioniamo ancora come una squadra vera".


Note di colore

Si è giocato in un impianto piccolo e molto bello, con una sola tribuna a Caravaggio, a una trentina di chilometri da Bergamo. La struttura sembra molto curata. Sugli spalti si sentivano solo i tifosi ospiti, visto che i Bergamaschi sono una squadra B e sono perlopiù seguiti da pochi cultori, amici e parenti.

domenica 6 settembre 2026

Un buon Pescara impatta col Ravenna "Grandi Firme": finisce 0-0.


Nella foto: Giacomo Parigi. Fonte: Pescara calcio

Pescara compatto in difesa anche grazie al giovane Nardin, il Ravenna reclama un goal annullato

Una prestazione tonica di entrambe le compagini e un goal annullato. Può essere riassunta così la gara dell'Adriatico.

La cornice di pubblico è stata discreta e il clima caldo del tardo pomeriggio si è fatto sentire.


Le azioni

Al 4' Valzania conclude male un cross di D'Ausilio.

Al 7' Motta scende in percussione a sinistra, serve Parigi,  ma l'attaccante Aretino in forza ai Biancazzurri spara alto.

Si segnalano due traverse poi: una di Viola su punizione al 12' e una di Guccione allo scadere della prima frazione, col pallone spedito sul legno direttamente dalla bandierina del calcio d'angolo.

Nel mezzo ci sono una bella girata di Parigi al 34' e un colpo di testa in tuffo del Bolzanino Fischnaller.

Nella seconda parte del match le squadre rimangono concentrate in difesa fino alla fine, non rinunciando a giocarsela.

Al 62' Viola segna su punizione diretta, ma l'arbitro annulla. Sia Zaro che Tenkorang sembrano essere in fuorigioco.  Tuttavia Viola, ai microfoni di Rete 8, sostiene che l'arbitro ha motivato la sua decisione in luce di una spinta in area.

Negli ultimi minuti gli ospiti creano qualche pericolo in più, ma la partita non si sblocca.


Conclusioni

Il Delfino gioisce per aver trovato, almeno a giudicare dal suo esordio, un difensore centrale coi fiocchi. Il diciannovenne Nardin, che non ha mai giocato coi più grandi, ha dimostrato personalità, ha sventato dei pericoli importanti e un paio di volte ha recuperato il pallone salendo palla al piede.

Ujkai non ha convinto tra i pali, al posto di Saio: nel caso del goal annullato poteva uscire o quantomeno reagire meglio a un tiro conclusosi al centro della rete, mentre una manciata di minuti dopo ha respinto in maniera incerta un tiro da lontano centrale e non particolarmente insidioso.

Siamo ancora agli inizi del campionato e forse avrà occasione per rifarsi.

Il Ravenna ha da parte sua tanta qualità in ogni reparto: Viola, Fischnaller, Tenkorang, Rabbi non sono gente di passaggio e l'intera rosa sembra solida e competitiva.

giovedì 3 settembre 2026

L'Intervento del giorno - A cura di Lorenzo Valloreja

La famiglia di Pietralata l'abbiamo sterminata tutti noi







Ho sempre pensato che Collodi fosse un genio. La favola di Pinocchio, infatti, non è affatto una storiella per bambini, ma un'immagine tagliente della pochezza dell'essere umano e della falsità del sistema. Un sistema che era bacato già allora: il giudice-scimmia che scimmiotta la legge; la giustizia che premia i ladri e mette in galera gli innocenti; Geppetto che, tra la curiosità e le risa degli astanti, sale su una barchetta e tenta di attraversare il mare alla ricerca di Pinocchio. 

Il mare, però, lo rovescia quasi subito e lo consegna alla pancia del Pesce-cane, mentre gli altri rimangono sulla riva. Si impietosiscono, si rammaricano e poi, bellamente, se ne tornano a casa propria. Perché, alla fine, ciò che conta è pensare agli affari propri. 

Il dolore degli altri appartiene sempre agli altri. Ed è proprio a quell'immagine che ho pensato davanti allo sterminio della povera famiglia di Pietralata, nella periferia romana. Una tragedia nella quale due genitori, sovrastati da un dolore e da un affanno dell'esistere che possiamo soltanto provare a ricostruire, hanno prima ucciso la loro bambina di cinque anni, poi il cane e, infine, si sono tolti la vita. 

Anche qui, intorno, c'è una società che guarda. Si commuove. Dice «poverini». Si domanda come sia potuto accadere. E poi torna a casa. Ebbene, le mie non vogliono essere semplici parole di solidarietà a posteriori o di circostanza. Perché qualcosa di quel mare io lo conosco. Anch'io sono un genitore, padre di due figli, uno dei quali autistico, e so molto bene quali problemi, quali difficoltà e soprattutto quali solitudini possano vivere coloro che hanno in famiglia una persona con disabilità. Io quel mare l'ho attraversato. 

E, per molti versi, continuo ad attraversarlo. Certo, ogni disabilità ha le proprie caratteristiche, le proprie esigenze e le proprie criticità, che la rendono diversa da tutte le altre. Non ho quindi la presunzione di avere tra le mani la verità. Ma penso che la mia piccola storia personale possa essere una chiave di lettura, una cartina di tornasole per provare a dare voce a chi, volontariamente, quel fiato ha deciso di strapparselo. Forse perché altri, molto prima, gli avevano già tappato la bocca con la loro indifferenza. Quando mio figlio aveva due anni, io di autismo non sapevo praticamente nulla. 

Ma ero suo padre. E mi accorsi che qualcosa non andava. A due anni cominci a vedere se tuo figlio parla oppure no, se ti cerca con lo sguardo, se manifesta abitudini particolari, come comunica, come gioca, come entra in relazione con gli altri. Non occorre essere neuropsichiatri per comprendere che qualcosa merita di essere approfondito. 

Poi sono stati i medici a dare un nome a quel qualcosa: autismo. E all'inizio speri, oppure ti lasciano sperare, che dall'autismo si possa guarire, che in qualche modo se ne possa “uscire”. Ma non è così. L'autismo non è una malattia dalla quale si guarisce: è una condizione che accompagnerà tuo figlio per tutta la vita. Cambieranno lui, le sue necessità, le sue capacità; cambierai tu. 

Ma quella parola entrerà nella vostra famiglia e con essa dovrete imparare a convivere. Oggi sappiamo che i primi segnali possono essere individuati molto precocemente e che già intorno ai due anni una diagnosi formulata da professionisti esperti può essere affidabile. E, per certi versi, è proprio lì che iniziano le prime tribolazioni. 

Perché finalmente tu e i tuoi familiari sapete che cosa ha vostro figlio, ma proprio allora scoprite anche un'altra cosa: non tutti sono in grado di aiutarti. Non necessariamente per cattiveria. A volte per ragioni culturali, altre per l'età, per il carattere, per il lavoro, per la distanza o semplicemente perché ciascuno ha la propria vita. E così può accadere qualcosa di apparentemente paradossale: cominci a sentirti solo persino dentro la tua stessa famiglia. 

Perché una cosa dobbiamo dircela. Al di là dell'abuso semantico che oggi si fa della parola “patriarcato”, noi non viviamo più nelle grandi famiglie patriarcali di un tempo. Quella rete parentale che ancora all'inizio del Novecento poteva significare madri, padri, nonni, zii, fratelli, cugini, compari, vicini di casa, semplicemente non esiste più, o almeno non esiste più per moltissimi di noi. Ognuno ha i propri problemi, il proprio lavoro, la propria famiglia, la propria vita. 

Una vita che può svolgersi a centinaia, quando non a migliaia, di chilometri dalla tua. È una delle grandi contraddizioni della cosiddetta globalizzazione: ci ha resi cittadini del mondo e, contemporaneamente, individui sempre più soli. 

Chi può ancora contare su questa prima fascia di solidarietà è fortunato. Ma quanti possono davvero farlo? E quando quella prima cintura non c'è, quando non ci sono i nonni, gli zii, i fratelli, i cugini, qualcuno che possa dirti semplicemente «oggi ci penso io, tu riposati», allora il genitore si volta verso la seconda cintura. La società. Lo Stato. 

E lì comincia un'altra storia. Una storia fatta anche di aiuti economici: piccoli o grandi, dipende naturalmente da quale lato della barricata li si guardi. Aiuti che esistono e che sarebbe intellettualmente disonesto negare, ma che spesso si scontrano con il costo e soprattutto con la continuità degli interventi di cui una persona con disabilità può avere bisogno. 

Parlo, ancora una volta, di ciò che conosco. Nel caso di un minore al quale siano riconosciuti anche i requisiti per l'indennità di accompagnamento, nel 2026 lo Stato corrisponde 551,53 euro al mese. Cinquecento o ottocento nel caso in cui si possa ottenere anche l'Home Care Premium dell'INPS, che può prevedere ulteriori prestazioni economiche e servizi per l'assistenza domiciliare per alcune famiglie legate al pubblico impiego, possono sembrare molti a chi non vive questa realtà. 

Per una famiglia che deve organizzare attività e interventi continuativi per un figlio con autismo possono invece dissolversi rapidamente. Ippoterapia, attività in acqua, musicoterapia e altre attività educative, riabilitative o socializzanti possono comportare costi importanti, soprattutto quando vengono svolte privatamente e con continuità. 

Perché il problema non è occupare un pomeriggio. Il problema è costruire una vita. Io sono dunque perfettamente consapevole che qualcosa esiste. Ma è proprio perché conosco questi aiuti che conosco anche i loro limiti. Una persona autistica può avere bisogno — naturalmente in misura diversissima a seconda delle proprie caratteristiche e del proprio livello di autonomia — di una quotidianità strutturata, di attività, relazioni, assistenza e opportunità che non terminano con la scuola, con la maggiore età o quando finisce un determinato progetto. 

Ed ecco allora la domanda che prima o poi si presenta davanti a un genitore e che nessun assegno mensile riesce veramente a cancellare: chi si occuperà di mio figlio quando io non ci sarò più? Le risorse economiche di una famiglia, quando c'è una disabilità importante, possono essere letteralmente fagocitate dalle necessità del figlio. 

Diventa allora fondamentale che i genitori, o chi se ne prende cura, possano almeno contare su una certa stabilità economica. Perché nei casi in cui l'autonomia personale e lavorativa non potrà mai essere completa, quel figlio continuerà ad avere bisogno di qualcuno anche quando avrà trenta, quaranta o cinquant'anni. Ma oggi quanti genitori possono essere davvero certi di avere una busta paga fino alla pensione? Io, per esempio, lavoro nella scuola da sedici anni. 

Ho tre lauree magistrali, abilitazioni, specializzazioni, certificazioni e anni di servizio alle spalle. Eppure sono ancora precario. E non lo dico per accusare questo Governo. La mia precarietà ha attraversato governi di centrosinistra e di centrodestra, esecutivi tecnici e maggioranze di ogni colore. Nella scuola italiana persone come me esistevano ieri, esistono oggi e, temo, continueranno ad esistere domani. 

Ma quando sei padre di un figlio con disabilità grave, la precarietà smette di essere soltanto un problema lavorativo. Diventa paura. Perché se domani accadesse qualcosa a me, mio figlio come vivrebbe? E se invece fossi semplicemente io a perdere il lavoro, o a non riuscire più a garantirgli economicamente tutto ciò di cui necessita? Chi colmerebbe quel vuoto? 

Ed è qui che incontro un'altra contraddizione dello Stato. Mio figlio ha un riconoscimento di disabilità grave ai sensi della legge 104. Questo mi consente di usufruire, come lavoratore, dei permessi previsti dalla legge per assisterlo. Ma riconoscere un bisogno non significa necessariamente costruire intorno a quel bisogno una tutela coerente. 

Nella scuola, ad esempio, la priorità nella scelta della sede legata all'assistenza di un familiare con disabilità grave è sottoposta a precisi limiti territoriali e amministrativi. 

Così può accadere che un padre viva con il proprio figlio disabile in una provincia e lavori da sedici anni nelle graduatorie della provincia confinante senza che quella condizione gli attribuisca la medesima priorità nella scelta della sede. È esattamente ciò che accade a me. Vivo con mio figlio nella provincia di Pescara e lavoro nelle graduatorie scolastiche della provincia di Chieti. 

Due territori confinanti, con due capoluoghi separati da appena pochi chilometri. Mio figlio, naturalmente, non diventa meno autistico attraversando quel confine. Io non divento meno padre. Il bisogno di assistenza non diminuisce di un grammo. 

Cambia soltanto la provincia. Ed è forse questo uno dei grandi problemi del nostro sistema: la vita delle persone è continua, mentre lo Stato la divide in caselle. Province, graduatorie, requisiti, commi, competenze. Lo Stato ragiona per caselle. Una famiglia vive tutti i giorni. 

Non sto chiedendo privilegi. E non sto sostenendo che nulla sia stato fatto. Al contrario: leggi, permessi, sostegni economici, scuola e assistenza esistono e rappresentano conquiste che sarebbe assurdo negare. Anche perché non stiamo parlando di un fenomeno marginale. In Italia l'Osservatorio Nazionale Autismo stima che un bambino su 77, nella fascia tra i 7 e i 9 anni, presenti un disturbo dello spettro autistico. E i dati disponibili sulla primissima infanzia ci dicono quanto precocemente questa realtà entri nella vita delle famiglie: in Emilia-Romagna, per esempio, nel 2021 risultava già diagnosticato un disturbo dello spettro autistico nello 0,5% dei bambini tra 0 e 2 anni: uno ogni 200. 

Sono numeri enormi. E sono numeri che vanno sommati a quelli di tutte le altre disabilità e alle altre fragilità sociali ed economiche del Paese. Ma soprattutto dietro quei numeri ci sono persone. Dietro ogni bambino c'è una famiglia. Dietro ogni diagnosi ci sono un padre e una madre che, da quel momento, cominciano a domandarsi che cosa sarà della vita del proprio figlio e della propria. 

Sto dicendo dunque qualcosa di diverso e, credo, di più profondo: tra il riconoscimento formale della disabilità e la vita concreta di una famiglia continua ad esistere uno spazio enorme. Ed è dentro quello spazio che, troppo spesso, cresce la solitudine. Perché la verità è dura come la pietra. E, come quest'ultima, fa male. Hai voglia a ripetermi, per indorare la pillola, che l'autismo non è una malattia ma un modo di essere. Lo so anch'io che clinicamente non è una malattia dalla quale si guarisce. L'ho scritto poche righe fa. Ma consentitemi, almeno come padre, di utilizzare una parola non clinica, ma umana: per me è un male. Un male maledetto. 

Un male che può consumare chi ne è affetto e trascinare nella fatica, nella paura e nell'esasperazione anche coloro che gli stanno intorno. E se c'è una cosa che ormai non sopporto più è il finto buonismo. Il paternalismo di chi neppure ti conosce. 

L'elemosina fintamente empatica dell'avventore di turno che magari ha visto in televisione l'ennesima fiction di successo nella quale compare il personaggio Asperger geniale, un po' eccentrico e taciturno, capace magari di risolvere brillantemente complicatissimi casi investigativi. Maledetto: dov'è il regista quando l'autismo è quello vero? Dov'è la telecamera quando un ragazzo si colpisce ripetutamente la testa con le proprie mani? Quando va in escandescenza e ripete all'infinito la stessa frase perché non riesce a manifestare ciò che sente? Quando non dorme per notti intere? 

Quando guarda lo stesso frammento di un film centinaia di volte, fino a portare all'esasperazione anche chi gli vive accanto? 

Quella parte non la fanno vedere. Perché è la parte ruvida. Quella scomoda. Quella che non entra facilmente nella sceneggiatura rassicurante dell'autismo trasformato in eccentricità. Ed è quella parte che può fare di un ragazzo di vent'anni, alto un metro e novanta e del peso di ottanta chili, non un corazziere, ma un bambino dentro il corpo di un gigante. E allora capita che quello stesso ragazzo, al mare, cominci a correre come un cavalluccio lungo la riva, gridando e sollevando inevitabilmente schizzi d'acqua. E qualcuno viene a redarguirti perché «tuo figlio è maleducato». E tu guardi tuo figlio. Poi guardi loro. E ti domandi come sia possibile che non vedano. O forse, davanti a certe osservazioni, finisci persino per chiederti chi dei due abbia davvero difficoltà a comprendere l'altro. Ma siamo in democrazia. Anche loro hanno i propri diritti. E così, ancora una volta, sei tu a chiedere scusa per qualcosa che non hai scelto. Succede al cinema. Naturalmente nella sala più sperduta, nell'orario più improbabile, davanti a un cartone animato che un ragazzo di quell'età, secondo le convenzioni degli altri, non dovrebbe neppure voler vedere. Arriva una scena che gli piace, esplode in un grido di gioia e puntualmente, dallo sparuto pubblico, qualcuno sibila: «Silenzio!» Ecco. È in quel momento che mi sento solo. Potrei raccontare la stessa storia nei parchi acquatici, alle giostre o in tutti quei luoghi nei quali mio figlio ha diritto a una corsia prioritaria e puntualmente devo spiegare al solito indignato che non stiamo abusando di nulla, che quella precedenza è un diritto riconosciuto proprio in ragione della sua condizione. Ogni volta devi spiegare. Ogni volta devi giustificare. Ogni volta devi chiedere comprensione. Capite, allora, come ci si può sentire soli anche in mezzo a centinaia di persone? L'unica cosa che mi dà coraggio è la fede. È sapere che la condizione di mio figlio non è una benedizione — non ho bisogno di raccontarmi questa favola — ma una prova. Una prova per tutti noi che gli stiamo intorno. Per me, che sono suo padre e il cui compito non è soltanto assisterlo, ma amarlo e sostenerlo; per suo fratello, per i nonni, per gli zii. 

Per tutti coloro, insomma, che sono chiamati a riconoscere nell'altro quel prossimo del quale troppo spesso parliamo senza neppure accorgerci che ci vive accanto. Perché è strano: nella nostra società cerchiamo spesso il bene lontanissimo da noi. E va bene anche così, ci mancherebbe. Ma quante volte, mentre cerchiamo qualcuno da aiutare dall'altra parte del mondo, non vediamo l'anziano che abbiamo accanto, lo zio rimasto solo, l'amico in difficoltà, il familiare che avrebbe semplicemente bisogno di sentirsi dire: «oggi ci penso io»? 

Mio figlio mi mette quotidianamente alla prova. Ma forse, proprio attraverso quella prova, quotidianamente mi ricorda anche questo. E così non perdo la speranza. Perché per chi crede anche una sofferenza della quale non riesce a comprendere il senso può essere attraversata nella speranza che non sia inutile e che possa, misteriosamente, essere indirizzata verso un bene più grande. 

Ma io ho la fede. Altri possono non averla. Altri possono non trovare quella stessa ragione per alzarsi la mattina. Possono non avere una famiglia intorno. Possono non avere qualcuno che dia loro il cambio. Possono non avere denaro sufficiente, un lavoro stabile, una comunità capace di accorgersi che stanno affondando. Ed è proprio per questo che, davanti alla tragedia di Pietralata, non riesco a fermarmi alla condanna. 

L'atto è atroce. Una bambina di cinque anni è stata uccisa e nulla può renderlo accettabile. Ma una volta pronunciata questa verità elementare, resta una domanda molto più scomoda: che cosa è accaduto prima? Prima che quei genitori diventassero protagonisti di una pagina di cronaca nera, chi li vedeva? Chi sapeva della loro fatica? Chi si era accorto della loro disperazione? Chi era disposto a salire su quella barca? Perché è troppo facile arrivare dopo. Dopo si può condannare, analizzare, compatire. Si può persino dire «poverini». E poi tornare a casa. Esattamente come all'inizio di questa storia. 

E forse dovremmo domandarci anche quali siano davvero le priorità di una società capace di trovare miliardi per ciò che considera strategico e di spiegare poi a una famiglia in difficoltà che, per aiutarla, mancano risorse, personale, competenze o semplicemente il comma giusto. Forse è questa la lezione che, a distanza di quasi un secolo e mezzo, continuo a leggere nel vecchio libro di Collodi. Il problema di chi sta sulla riva è che può permettersi di dire «poverino». 

Il problema di chi è in mare è che deve continuare a nuotare. Finché ce la fa. Perché arriva un momento nel quale non basta più guardare dalla riva. Non basta commuoversi. Non basta avere una legge, un assegno, un comma, una giornata mondiale, una fiction televisiva o una bella parola per definire ciò che una famiglia vive ogni giorno. Bisogna accorgersi che qualcuno sta affogando prima che scompaia sott'acqua. Altrimenti continueremo a chiamarle tragedie inspiegabili. 

Quando, forse, l'unica cosa davvero inspiegabile è come abbiamo fatto a non vedere quella barca mentre era ancora davanti ai nostri occhi. 

Lorenzo Valloreja
Saggista e analista politico

domenica 30 agosto 2026

Notte horror per il Pescara: sei goal dal Forlì!

Nella foto: Elia Petrelli del Forlì

Quando tra la fine degli anni '80 e il principio degli anni '90 Italia 1  aveva carica innovativa e lo sguardo rivolto ai giovani, nacquero i programmi Venerdì con Zio Tibia e Notte Horror.

Stavolta abbiamo assistito a un revival per gli amanti del genere.

Notevoli sono state le numerose gaffe dei due portieri, nonchè le varie disattenzioni nel far filtro a centrocampo e nella reattività delle difese.

Il Pescara ha dato fondo al peggio del suo repertorio, mancando di concentrazione e di forma fisica, al cospetto di un rispettabile ma modesto Forlì.

Quando poi sembrava aver ripreso la partita per il capelli, il Delfino si è inabissato di nuovo, in maniera definitiva e catastrofica.


Le azioni

Al 14' Meazzi penetra in area incontrastato e ruba il pallone al portiere Veliaj, che potrebbe tentare di coprire meglio lo specchio ma prende il goal.

Il Pescara sembra andare forte, ormai pronto al decollo dopo la vittoria nella partita precedente.

Invece dopo due minuti una disattenzione della difesa e del portiere Saio consentono il pareggio con Munaretti, di testa. Siamo al 16' minuto soltanto.

Dopo soli 4 minuti, al 20', Petrelli supera il disattento Saio, complice la difesa Adriatica: 2 a 1.

Al 24' Macrì con un tiro da fuori conclude per il 3 a 1.

Pellacani inoltre si fa espellere per un pugno alla Loris Stecca a Petrelli, al 33', lasciando gli ospiti in 10.

Nella ripresa il Pescara parte spingendo e basta quel poco di pressione per pareggiare i conti prima con Ferraris, di testa, (dopo una disattenzione generale della difesa su un cross),

poi con Guccione su rigore.

La gara sembra totalmente aperta ma il Delfino va a picco: cross da lontano sulla destra di Farinelli, sponda di testa di Petrelli e tocco di Coveri in rete: siamo all'85'.

Un doppio fallo di mano Pescarese genera il rigore trasformato da Petrelli al 95': 5 a 3.

Su un tiro dalla distanza di Farinelli privo di troppe pretese, al 100' Saio respinge di bagher, come nella pallavolo; Petrelli ribadisce in rete a pochi metri dalla porta: 6 a 3. 


Conclusioni

Il Forlì è sembrato più pronto atleticamente e più concentrato, mentre il Pescara ha mostrato una involuzione preoccupante rispetto alla prima sfida di campionato con la Vis Pesaro. Non abbiamo visto doti come il recupero del pallone, la grinta e la reattività, mentre la difesa ha sofferto i cross e le palle alte.

Punti di riferimento della squadra come Merola e Meazzi sono apparsi sottotono, mentre il portiere Saio, che aveva tenuto la scena bene in serie B per tutto il girone di ritorno, esce ridimensionato dal piccolo stadio Tullo Morgagni.

L'impianto Romagnolo, dotato di 3466 posti a sedere, stasera (Sabato 29 Agosto) era animato da un pubblico di casa amorevole e infine soddisfatto, nonostante le tribune poco gremite: un totale di 920 anime hanno dato calore all'evento.

domenica 23 agosto 2026

Buona la prima. Un Pescara scattante annienta la Vis Pesaro: 2 a 0

Nelle foto: Davide Merola e Michele D'Ausilio

Il Delfino parte bene, mostrando di avere idee di gioco chiare e facendo affidamento sui suoi palleggiatori: Merola, D'Ausilio, Meazzi e Vitali.

Grande sorpresa ha costituito l'esordio di Michele D'Ausilio, classe 1999: è arrivato solo due giorni fa ed è stato subito schierato, entrando in partita dal primo minuto, dialogando senza problemi coi compagni negli scambi corti e segnando anche il secondo goal che ha chiuso la partita.

Viene dall'Iraklis di Salonicco di Mazzarri, militante nella serie A Greca. Ci è rimasto solo un mese e ha chiesto subito di andare a Pescara, che lo aveva cercato. Di lui il tecnico Buscè ha raccontato che si è presentato con il sorriso esclamando: "Non vedevo l'ora di venire al Pescara".

Le azioni

Il Delfino fa capire da subito chi comanda: colleziona almeno 7-8 occasioni da rete nei primi venti minuti, con Merola in grande spolvero.

Per notare un pericolo da parte della Vis Pesaro, bisogna attendere il 23' quando Giorgini raccoglie un cross e colpisce di testa mandando la palla sul palo sinistro, dopo una azione ben coordinata in velocità.

A quel punto Merola decide di rompere gli indugi, con un bel tiro dalla distanza calciato col suo proverbiale piede sinistro: 1 a 0 quando il timer conta 28 minuti.

Al 41' si apre un varco nella mediana del Pescara e gli ospiti penetrano in velocità, ma Saio è bravo ad uscire e ad anticipare la conclusione dell'attaccante.

Il Delfino chiude i conti al 54', quando Vitali ruba un pallone a centrocampo e lancia in verticale D'Ausilio, che  con un tiro dalla distanza spedisce la palla nel sacco nonostante una deviazione del portiere Guarnone.

Le sostituzioni non cambiano l'inerzia della gara. Nella Vis entrano Nina, Gambino, poi Lari e Carnaroli ed infine Ascione. Nel Pescara trovano spazio l'esterno Motta, il centrocampista di struttura D'Errico, poi Zeppieri e Graziani.

Conclusioni

Il Pescara ha creato un numero industriale di palle-goal, con un rapporto di tiri totali di 26 a 8.

I suoi trequartisti hanno dato spettacolo, mentre il centrocampo ha lasciato qualche buco.

La Vis Pesaro ha provato un calcio propositivo con un 4-3-3 ma ha pressato poco a centrocampo e ha mostrato meno corsa rispetto agli avversari,

rimanendo spesso schiacciata nella sua porzione di campo e creando pochi pericoli.

Ciononostante ha esibito buone individualità come il pungente incursore Nicastro ed il giovane Bailo.

Intanto, nello stesso girone B, in Liguria Il Vado ha regolato l'Atalanta U23 per 2 a 0 e il Guidonia ha gestito il Gubbio tra le mura amiche con un agile 3 a 0.

Il Pescara sarà di scena a Forlì, il 29 Agosto, alle 21:00.

mercoledì 27 maggio 2026

Ne riparliamo a Budapest del 27 Maggio 2026

 Ora in diretta


mercoledì 20 maggio 2026

mercoledì 13 maggio 2026

domenica 10 maggio 2026

Numero delle visualizzazioni negli ultimi 30 giorni

 

8560 visualizzazioni negli ultimi 30 giorni. Grazie a tutti voi.



venerdì 8 maggio 2026

Pescara e Spezia salutano la B: 1-1 tra proteste e lacrime



Nella foto: Gianluca Lapadula, attaccante dello Spezia, che ha militato nel Pescara dieci anni fa


Era iniziata bene la serata del Delfino: goal di Faraoni all'Adriatico e di Verrengia al Ceravolo in Catanzaro-Bari. La rimonta del Galletti, di slancio, ha messo la parola fine alle ambizioni di Pescara e Spezia e ha ammutolito lo stadio già al 60'.

Per la cronaca, l'1 a 1 si è determinato con la già citata marcatura di Faraoni dopo un calcio d'angolo e uno scambio in area avversaria, bilanciata dalla risposta di Artistico al 73', dopo una azione insistita e una svista della difesa biancazzurra.

Il paradosso c'è stato quando, tra le urla di rabbia dagli spalti e le lacrime in campo, Lapadula, anche lui commosso, ha fatto un intero giro di campo per salutare il suo vecchio pubblico, che lo ha applaudito.

L'Italo-Peruviano fu protagonista a Pescara, con trenta goal tra campionato regolare e play out, di una promozione in serie A. Era la stagione 2015-2016.

La partita è stata anche gradevole per larghi tratti, con buone giocate di Insigne e Brugman e con la presenza di tanti giocatori validi anche nello Spezia.

Tuttavia a un certo punto del confronto, vista la ormai chiara retrocessione, le due compagini hanno giocato in un clima surreale e con il cuore in subbuglio per quasi quaranta minuti, fino al fischio finale al 97'

Pescara e Spezia terminano il campionato ultime, con 35 punti, scavalcate anche dalla Reggiana, vittoriosa 1 a 0 con la Sampdoria, tra le mura amiche.

I motivi principali della retrocessione Pescarese sono tre: 

1 gli acquisti effettuati tardivamente sia in estate che nella finestra di mercato invernale, 

2 gli infortuni di lungo corso dei nuovi arrivati Tsadjout e Altare, nonché del veterano Merola, 

3 la mancanza di furbizia e di cattiveria nelle ultime 7-8 partite, in cui sarebbero bastata una gestione delle partite più avveduta per centrare addirittura la salvezza diretta.

Non sono bastati gli innesti di Cagnano, Bettella, Lamine Fanne, Acampora, Russo e soprattutto Brugman e Insigne.

Per circa otto partite c'era stata una rimonta, ma poi i ragazzi di Gorgone si sono persi di nuovo.

La dirigenza del Delfino dimostra di non aver imparato dai propri errori, che sono in parte gli stessi di cinque anni fa, ai tempi dell'ultima retrocessione.

Non si può sperare nella fortuna quando fai la preparazione male, senza un ritiro in altura, con acquisti tardivi, tanti calciatori arrivati fuori forma, investimenti economici scarsi e una programmazione quasi inesistente.

I tecnici che si sono succeduti, Vivarini e Gorgone, hanno avuto entrambi una media-punti bassa fino all'arrivo di Insigne e Brugman. Loro non hanno responsabilità particolari.

A Giorgio Gorgone, che è stato comunque bravo a motivare il gruppo, si può imputare qualche errore frutto forse della inesperienza: difesa a 4 schierata dopo quattordici partite, gestione dei cambi carente in alcuni casi, mancato senso tattico nelle varie partite in cui la sua squadra era in vantaggio nel secondo tempo.

Il Pescara torna in C. Non è facile risalire dalla terza serie. La società però percepirà i fondi del "paracadute" destinati alle squadre retrocesse, che saranno d'aiuto e rifondare una squadra competitiva.

Il presidente Sebastiani e il direttore sportivo Pasquale Foggia sono due persone calcisticamente competenti e hanno i mezzi per organizzare il nuovo anno calcistico 2026-2027.

Pescara e Spezia sono due realtà troppo grandi per storia, tradizioni sportive, numero di tifosi e potenziale economico: difficilmente resteranno in terza serie a lungo, perchè quella non è la loro dimensione.

Oggi si piange, domani già sarà tempo di rimettersi al lavoro.

mercoledì 6 maggio 2026

venerdì 1 maggio 2026

Padova - Pescara 1-0, ora si fa dura per il Delfino

Il Pescara parte piano nel primo tempo, domina nel secondo. Fallisce un rigore e prende un palo ma si fa infilare negli ultimi minuti. Si tratta di un copione ricorrente nelle ultime partite. La mancata gestione dei risultati quasi acquisiti in campo probabilmente costerà la retrocessione.

Per giocare i play out il Delfino dovrà: vincere la prossima gara in casa con lo Spezia, sperare che il Bari perda e che l'Entella non vinca.

Vi lascio un commento video, la genesi della partita ormai conta poco. Iniziamo a tirare le somme di una stagione partita male, in cui la società, per forza di cose, dovrà ammettere i propri errori di progettazione. Purtroppo si tratta degli stessi passi falsi commessi in varie annate precedenti.

Buona visione.


giovedì 30 aprile 2026

Domani c'è Padova-Pescara, il Delfino si gioca tutto




Nella foto: Gianluca Caprari


Domani, Primo Maggio, Festa dei lavoratori, i calciatori di serie B onoreranno la ricorrenza svolgendo il proprio lavoro.

Il Padova ospita il Delfino dopo lo 0-1 corsaro dell'andata; fu la seconda partita di Giorgio Gorgone alla guida degli Adriatici, subentrando a Vivarini.

Tutte le squadre giocheranno alle 15:00, come ai vecchi bei tempi.

Tra le concorrenti per la salvezza, il Bari ospiterà l'altra pericolante Entella, lo Spezia ha il suo bus prenotato per la costa opposta, in laguna, dove lo aspettano coi piedi caldi i rivali primi in classifica del Venezia, la Reggiana andrà a battersi nella gabbia dei Canarini del Modena in un derby regionale, la Sampdoria ospiterà i Bolzanini del Südtirol e infine l'Empoli ospiterà i Lupi Irpini dell'Avellino.

Tra gli ex della partita spicca Gianluca Caprari, classe 1993, che ha raggiunto due promozioni storiche in serie A col Pescara e che ha alle spalle una carriera di tutto rispetto tra la massima serie e il campionato cadetto.

Se il Padova ha una certa possibilità, non matematica ma fondata, di salvarsi anche con due pareggi in questa fine di campionato, Insigne e compagni hanno bisogno di vincere le ultime due gare per avere la certezza di disputare i play out.


Probabili formazioni

Padova (3-1-4-2):

Sorrentino

Pastine, Villa, Belli,

Crisetig, 

Favale, Varas, Fusi, Capelli,

Caprari, Bortolussi


All. Breda

Pescara (4-3-2-1):

Saio,

Cagnano, Bettella, Capellini, Faraoni,

Valzania, Brugman, Lamine Fanne,

Insigne, Meazzi (Olzer),

Di Nardo

All. Gorgone


domenica 26 aprile 2026

sabato 25 aprile 2026

Il Pescara non sa più vincere: solo un punto con la Juve Stabia




Un Pescara generoso ma poco pungente impatta tra le mura amiche con le Vespe guidate da Abbate.

Il tecnico ex calciatore della Nazionale e del Milan conosce bene il Delfino (avendolo affrontato l'anno scorso con la Ternana) e ha preso buone contromisure per neutralizzarlo.

Il pari è molto meno gradito ai padroni di casa, sia per il fattore campo che per la necessità di salvarsi. 

Dopo una serie di risultati importanti, però, nelle ultime tre partite la squadra di Gorgone ha rimediato solo una sconfitta e due pareggi, nonostante il  calendario sia stato agevole già da un pezzo (e lo sarà anche nei prossimi confronti). 

Se il primo tempo, come da prassi, è risultato essere una fase di studio e di colpi di fioretto, nella seconda frazione si è passati alla sciabola e ad un atteggiamento da dentro o fuori.

Le due contendenti hanno giocato per vincere, in un match sempre più avvincente, certificato dalla marcatura di Insigne al 51' su punizione e dalla risposta di Correia in velocità al 61'.

Nel primo caso, il trequartista biancazzurro ha  calibrato una punizione ad effetto verso il primo palo: il portiere Confente, ingannato dal sole e da un rimbalzo, ha intercettato male il pallone, entrato in porta in maniera improbabile.

Il pareggio invece è giunto grazie alla velocità e alla prepotenza fisica di un affondo di Okoro, che ha messo al centro per Correia: dal limite dell'area l'attaccante Stabiese ha fatto centro a colpo sicuro. 

Evidenti  sono state le manchevolezze della difesa Biancazzurra: marcature saltate, centrocampo che non fa filtro, spazi generosi lasciati agli avversari.

Il Pescara si sta di nuovo ridimensionando: riemergono i vecchi limiti in difesa, manca la cattiveria giusta per aggiudicarsi i tre punti.

Le Vespe invece continuano a sognare i play off. 

lunedì 20 aprile 2026

Ogni Mercoledì: Ne riparliamo a Budapest

Appuntamento con la settima puntata, lascerò un post e una finestra video. 

Segui e iscriviti, se ti va:

https://youtube.com/@andrearusso2025?si=ILrpBEcaPfZ4nCVn



andrearusso.net: un blog nostalgico

 




domenica 19 aprile 2026

L'amico immaginario, di Nico D'Alessandria

 


Tra i film indipendenti Italiani, da tanti anni ho nel cuore una piccola gemma metropolitana, girata con pochi mezzi ma con mestiere e contenuti.

Mi riferisco a "L'amico immaginario", di Nico D'Alessandria, del 1994, con Victor Cavallo protagonista.

La Rai lo ha proposto ad orari notturni almeno una o forse più volte.

Amici sinceri, poeti non solo nella forma ma nella vita, D'Alessandro e Cavallo in questo lavoro mostrano affiatamento e unità d'intenti.

Non a caso si tratta di un lavoro intimamente autobiografico. L'attore Romano incarna i dubbi e la quotidiana battaglia interiore di un uomo solo, debole, che si rifugia nel sogno e nei ricordi per non far fronte a una realtà dura.

Nel suo peregrinare per le strade della capitale e con poche figure di riferimento nella vita privata, non gli resta che immaginare il conforto di un amico prima partito per tanti viaggi e poi venuto a mancare.

Il commento poetico che accompagna le immagini è raffinato e toccante, accompagnato da una colonna sonora valida in stile Jazz.

Buona visione.



Il Pescara strappa un punto a Carrara: 2-2, ma ora servono vittorie


L'appuntamento coi tre punti del Delfino è rinviato. 

È stata una partita giocata a viso aperto, con tante occasioni da una parte e dall'altra. Tra le due compagini, quella che aveva più bisogno di punti era quella Abruzzese, che ora resta a una lunghezza dai play out e a quattro dalla salvezza diretta.

Le azioni salienti

Al 3' Cagnano conclude dalla distanza, ma il colpo è fiacco e il portiere Bleve neutralizza.

All'8' gli risponde Di Stefano con un affondo in area, ma poi sciupa tutto: tiro centrale, Saio blocca.

Gli va meglio al 19': dopo un pallone rubato alla difesa, dopo due passaggi in velocità la palla giunge proprio a Di Stefano che con la porta sguarnita e vicina ha molta facilità a battere Saio.

Al 35', sulla sinistra, a quasi trenta metri dalla porta, Letizia lascia partire un tiro potente ad effetto che si infila all'incrocio dei pali opposto: è un goal fantastico, degno di altri palcoscenici. 1 a 1.

Al 61'Insigne dentro al limite sinistro dell'area di rigore supera palla al piede due avversari, mette in mezzo, Di Nardo lascia passare il pallone sotto alle gambe per farla giungere ad Acampora, che a breve distanza insacca. 1-2, partita ribaltata.

Il Pescara potrebbe chiuderla con un bel tiro alla distanza di Meazzi che colpisce il palo alla sinistra del portiere. Siamo al 75'.

Gli ospiti sembrano ormai pronti al colpaccio in trasferta, ma a sette minuti dalla fine, su calcio d'angolo dalla sinistra, Bouah salta più in alto di tutti e pareggia i conti.

La Carrarese si dimostra squadra combattiva e ben organizzata. Con pochi soldi e molte idee la società Apuana ha allestito un collettivo solido che si è attestato a metà del ranking e che è ancora in corsa per i play off.

Il Pescara per la seconda partita di fila non riesce a gestire il risultato. Mancavano pochi minuti al triplice fischio finale.

Sarebbe bastato tenere il pallone e scoprirsi un po' meno per portare a casa almeno il pareggio con la Sampdoria e la vittoria oggi.

In difesa il Pescara ha pecche abbastanza evidenti: soffre molto le palle alte per esempio. La sporadica presenza di Altare aveva messo una toppa a questo buco, ma oggi non è stato schierato. Mister Gorgone del resto vede i ragazzi in allenamento in settimana e sa chi è più in forma.

Le prestazioni del Delfino comunque negli ultimi mesi sono ottime.

Adesso però occorre vincere e non ci sarà spazio per steccare, visto che mancano solo tre partite: Pescara- Juve Stabia, Padova-Pescara e Pescara-Spezia.

Due partite sono in casa e abbordabili. Una vittoria contro lo Spezia e una col Padova soprattutto sarebbero doppiamente utili perché si tratta di una due dirette concorrenti per la salvezza.

Calcoli non se ne possono fare, bisogna puntare a vincerle tutte e tre e poi alla fine si tireranno le somme.

venerdì 17 aprile 2026

Il vero uomo in più del Pescara è il pubblico


Nel video: i tifosi del Delfino prima della finale dei play off di serie C con la Ternana


Quest'anno, nonostante il campionato catastrofico per la squadra e poi in parte riabilitato, i tifosi del Delfino non hanno mai avviato una contestazione pesante, dando sempre il supporto necessario ai propri beniamini.

Con l'arrivo di Insigne, Brugman e altri a fine gennaio-inizio Febbraio, si è scatenato un entusiasmo irrazionale che ha alimentato la rimonta del Pescara: da squadra ormai staccata all'ultimo posto, ora la compagine Adriatica è in piena corsa per la salvezza, con una media punti molto alta nelle ultime dieci partite e prestazioni notevoli.

L'Adriatico si è riempito, tra canti e sciarpe colorate. Le trasferte sono state memorabili, con centinaia, a volte migliaia di tifosi in viaggio, fin quando non sono state vietate

In molti altri casi tra proteste e recriminazioni del pubblico si sarebbe creata un'atmosfera pesante che avrebbe influito negativamente sui risultati sportivi, peggiorando le cose.

Mancano quattro partite alla fine del campionato di serie B e non sappiamo come andrà, ma loro, i ragazzi della curva Nord, hanno già vinto.

Gasperini scoppia a piangere in conferenza stampa


Si conclude con un pianto e con un calcio alla porta la conferenza stampa di Gian Piero Gasperini prima di Roma Atalanta.

Il vero  motivo di tanta tensione, al di là dei contenuti dell'incontro stesso, sta nei risultati deludenti della squadra capitolina nella stagione in corso e nei rapporti tesi tra Gasperini e il dirigente Claudio Ranieri.

Che Gasperini abbia un carattere "permalosetto" lo ricordava affettuosamente Galeone, che di lui aveva ricordi intensi come giovane calciatore. All'epoca Gasperini aveva già tante idee e fungeva da "allenatore in campo".

In sintesi, Gasperini rivendica che avrebbe voluto giocatori diversi, Ranieri dal canto suo si è sentito attaccato, entrambi hanno espresso il proprio malcontento ai microfoni dei giornalisti.

Mi si consenta una breve critica in tre punti:

1 Nel calcio bisogna accettare stagioni sotto le aspettative. La vittoria a tutti i costi tradisce lo spirito dello sport e la natura del calcio, che è un gioco. Bisogna sapere aspettare e ragionare a lungo termine. 

Se avessero ragionato in questa maniera al Manchester United, Sir Alex Ferguson non sarebbe stato il manager-allenatore dei Red Devils dal 1986 al 2013.

2: Far volare gli stracci non è mai una buona idea. Gasperini e Ranieri si chiariscano. La Roma ha bisogno di entrambi.

3: Verrebbe da dire: anche i ricchi piangono. Rispetto Gasperini, anche se fa un mestiere che sognano milioni di persone è comprensibile che abbia dei momenti di sconforto e delle situazioni difficili.

Tuttavia sia noi che facciamo giornalismo e divulgazione, sia l'intero ambiente calcistico, dovremmo aiutare lui e gli addetti ai lavori a togliere elettricità dall'aria che respiriamo.

Si tratta di calcio: è una passione sana, un divertimento, è il sogno dei maschi Italiani fin da bambini (e ora quello di tante donne, vista la bravura delle ragazze di oggi col pallone tra i piedi).

La stragrande maggioranza di noi, che ha problemi pratici e non guadagna sette milioni all'anno dovrebbe piangere e dare pugni sui muri ogni giorno, in caso contrario

I problemi veri sono altri. Cerchiamo di prendere la parte buona di questo sport, che ha bisogno un po' di più di quella folle leggerezza presente, in parte, nel Regno Unito.

giovedì 16 aprile 2026

Péter Magyar invita il Presidente della Repubblica a dimettersi


Nella foto: Péter Magyar e Tamas Sulyok


Nella giornata di ieri il Presidente della Repubblica Tamas Sulyok ha convocato i leaders dei tre partiti che comporranno il nuovo parlamento (Péter Magyar di Tisza, Viktor Orbán di Fidesz e László Toroczkai di Mi Házank per un primo colloquio dopo le elezioni). 

Prima di entrare nel Palazzo Presidenziale, Magyar ha detto che Sulyok deve cooperare per una formazione rapida del governo e subito dopo dimettersi. 

"Non è idoneo né degno di essere il garante dello stato di diritto in Ungheria, né di essere un esempio morale e un punto di riferimento per il popolo ungherese", 

ha affermato. 

Sono parole durissime e insolite per un neoeletto al Parlamento, il cui mandato da Capo del Governo deve essere ratificato proprio da colui che è oggetto dei suoi strali. 

Tamas Sulyok, da parte sua, si è detto fiducioso che in un mese circa tutto sarà pronto perchè il nuovo governo sia pronto ad iniziare il suo lavoro. Non meno importante è stata la sua dichiarazione di voler affidare l'incarico di Primo Ministro a Péter Magyar. 

Non si è espresso invece sulle sue dimissioni. 

Viktor Orbán, nella serata di oggi, intervistato dalla web tv Pátriota, ha criticato le parole di Magyar: 

"È inaccettabile esprimersi così nei confronti del Capo dello Stato, che legalmente non è tenuto a dimettersi".

L'intervista si è rivelata molto interessante, visto che è la prima sortita pubblica dell'ex capo del governo dopo la sconfitta di domenica. Rispondendo a una domanda postagli sulle sue prime reazioni, ha ammesso di aver provato "Un senso di dolore e di vuoto". 

Secondo Orbán una maggiore velocità nella costruzione del gasdotto Pàks avrebbe aiutato l'Ungheria a performare meglio economicamente e avrebbe ridotto il malcontento. Ha fatto notare inoltre come 

"i nostri attivisti abbiano dato un contributo incredibile ed entusiastico per una causa in cui credevano, erano persone di tutte le età. I giovani hanno dato un contributo notevole nonostante tanti coetanei li provocassero". 

Visto l'incalzare delle domande dell'intervistatrice che insistevano sugli errori della sua parte politica e sui motivi della sconfitta, Orbán è andato in contropiede: 

"Non bisogna solo guardare ai nostri errori, perché comunque due milioni e mezzo di persone anche questa volta hanno appoggiato quanto abbiamo fatto in questi sedici anni:potrei contare almeno 10 scelte epocali che abbiamo intrapreso e che prima non esistevano: i prestiti sotto il 3% di interesse per esempio, benefits per le famiglie, per i bambini, il tax credit.. sono cose che sono servite, servono e saranno necessarie per il futuro.."

mercoledì 15 aprile 2026

Oggi alle 19:00 appuntamento dal vivo: Vivere e lavorare in Ungheria

 Potrete assistere alla diretta e formulare le vostre domande. Vi aspetto



L'onestà non è un programma politico



Ho sempre diffidato di chi, nel suo programma politico ed elettorale, mette nero su bianco fatui progetti di moralizzazione e di lotta alla corruzione.

È successo con i Grillini per esempio. Non abbocco facilmente e già prima della costituzione del partito vero è proprio, non ritenevo produttivo partecipare al "vaffa" day.


Tutti sono capaci di parlare e di enunciare frasi generiche del tipo "sono contro la mafia", "le guerre devono finire" o "la classe politica è corrotta" e mandare tutti quelli che non ci piacciono a fare in...

Sebbene il Movimento 5 Stelle non si sia segnalato per gravi scandali di corruzione ed abbia messo in atto alcune delle cose prefisse, come ad esempio il taglio del numero dei parlamentari, buona parte della sua ideologia e del suo programma sono andati a finire nel cestino.

I Grillini furono determinanti con i loro 14 voti nel parlamento Europeo per nominare Ursula Von Der Leyen Presidente della Commissione Europea.

La VDL è quanto più diverso da quanto loro dicevano di essere: antieuropeisti, antieuro, giustizialisti.

La VDL è stata al centro di vari scandali, poi se l'è sempre cavata, anche quando era ancora coinvolta nella politica nazionale tedesca. 

È il contrario dell'uno vale uno e della idea del cittadino comune che sale al potere. Figlia di un ministro e moglie di un membro dell'elite Tedesca, ha stanziato soldi del pnrr a un ente gestito dal marito per esempio. Nel 2015 la Piattaforma Voni Plag Wiki dimostrò che tante parti della sua tesi di laurea copiavano paro paro altri testi.

Ha concluso gli accordi con Pfizer via sms, cancellando poi questi messaggini.

Oggi, il nuovo Primo Ministro Ungherese Peter Magyar propone un piano di moralizzazione del paese, di lotta alla corruzione, con la creazione per giunta di istituzioni che vigilino sulla libertà di stampa e sulla indipendenza della magistratura.

Magyar è uno che ha creato la sua carriere politica su registrazioni senza consenso alla moglie, che avrebbero svelato gravi ingerenze del Ministero della Giustizia sulla magistratura ma che poi di fatto non hanno portato a nulla di più concreto.

Dopo questa azione, si è proposto lui come moralizzatore. Il ragionamento era: siccome io ho vissuto tanti anni e ho fatto carriera insieme a mia moglie negli apparati del governo, traendone vantaggio, sono in grado di propormi come smascheratore e moralizzatore dei costumi attuali.

Ovviamente lui lo fa solo per servire il paese e non per vantaggio personale.

Beninteso: Non ho preconcetti su Magyar, lo aspetto alla prova dei fatti. Se governerà bene, sarò il primo a riconoscerlo.

Le parole sono parole però, i fatti sono concretezza.

L'onestà non si dice, si fa. La si dimostra con le proprie azioni. Nessuno o quasi ti verrà a dire: io sono disonesto, io rubo, io penso solo al mio vantaggio. Le persone oneste silentemente agiscono e si aspettano che siano gli altri semmai a notare quanto di buono fanno. Anzi, a volte non lo pretendono nemmeno, questo riconoscimento. Lo fanno perchè, senza proclami e con rispetto della propria intimità, dentro si sentono a posto con la propria coscienza.

* Articolo scritto precedentemente e programmato per le ore 9:24 del 15 Aprile 2026

martedì 14 aprile 2026

Appuntamento alle 19:00 per parlare del dopo Orban

 

Nuovi scenari si aprono non solo per l'Ungheria, ma anche nel contesto Europeo. iL nuovo Presidente Magyar non ha mai ricoperto cariche politico-elettive, per cui il suo approccio al governo e alla gestione dei rapporti esteri è un mistero. Discutiamone insieme con la chat live. Ti basta rimanere su questa pagina o andare su:




https://www.youtube.com/@AndreaRusso2025



lunedì 13 aprile 2026

Il video del giorno

Ma Orban non era un dittatore?


Tanti commentatori televisivi e della carta stampata bombardavano l'ignaro spettatore Italico su quanto fosse illiberale e antidemocratica l'Ungheria del dittatore Viktor Orban.

Per tre lustri abbiamo assistito a una demonizzazione sistematica e quotidiana del leader Ungherese.

La stessa Unione Europea lo definiva dittatore. Perfino Jean Claude Juncker, visibilmente ubriaco durante le strette di mano con i capi di Stato, tra uno schiaffo e l'altro lo appellava, sia pur giocosamente, con tale epiteto.

Potremmo aprire un database sconfinato con queste tesi e qualche link lo lascerò in calce a questo post.

Orban controlla la magistratura, Orban controlla i media, Orban trucca il risultato elettorale, Orban discrimina i gay, Orban decide quando c'è il sole o deve piovere.

Ebbene ieri si è votato, in un solo giorno, con le urne chiuse alle 19 (con estensione temporale per quelli rimasti in coda).

Il leader di opposizione ha vinto sonoramente: 53,1% contro 38,4%, 136 seggi contro 56.

Di colpo nel paese di Attila è tornata la democrazia. Semplicemente, bastava votare per un candidato più convincente. Non c'è stata una repressione poliziesca, non ci sono stati dati manipolati.

Il grande dittatore in soli 4 minuti di discorso ha accettato la sconfitta, ha ringraziato il suo popolo e si è congratulato con l'avversario.

Quando gli eventi sono graditi alla sinistra europeista, tutto di colpo torna normale e paesi come l'Ungheria tornano ad essere pacifici, puliti, con le strade adornate di fiori primaverili.