Televizijos bokštas




Nella foto: la "Torre della televisione" di Vilnius. Alta 326,5 metri, fu ultimata nel 1980. Il 13 Gennaio 1991, dopo la proclamata indipendenza della Lituania, le truppe sovietiche ne presero il controllo. La popolazione tentò di insorgere e negli scontri morirono 14 civili, un soldato russo e in 700 rimasero feriti.

Avvertenza

E' consentito riportare e linkare gli articoli di questo sito, a patto che vengano riportati nome, cognome e fonte. L'autore si avvale della facoltà di tutelare i contenuti qui pubblicati nelle sedi e nei modi che riterrà più opportuni.
Il blog di Andrea Russo è un sito di opinione e di intrattenimento. Non è, nè intende, essere una testata giornalistica e non ne ha le caratteristiche (redazione, periodicità fissa, registrazione presso un tribunale, et cetera).
E' pertanto dispensato dalle regole riguardanti la stampa nei periodi elettorali.

La tua pubblicità su questo sito

LA TUA PUBBLICITA' SU QUESTO SITO

Il blog di Andrea Russo conta più di 30 000 pagine visualizzate all'anno. Vuoi pubblicizzare la tua attività su queste pagine? Puoi contattarmi all'indirizzo email: andrearusso1979@hotmail.it


sabato 29 dicembre 2012

Ex-aequo a Bormio tra Paris e Reichelt


Gara dalle emozioni infinite, quella disputata sulla pista Stelvio di Bormio. Se la aggiudicano, infatti, due atleti con lo stesso tempo di 1’ 58” e 62 centesimi. Stiamo parlando di Dominik Paris, l’atleta del gruppo sportivo della Forestale, è riuscito a portare a casa il suo primo successo in coppa del mondo. Autore di una gara in cui ha mostrato tutte le sue capacità sulle piste tecniche, l’atleta di Merano si propone come uno dei possibili protagonisti nelle gare veloci; gare che quest’anno sono orfane di un grande di questa specialità: lo svizzero Beat Feuz, fuori dalle competizioni a causa di un infortunio. Stesso tempo per l’austriaco Reichelt, il quale si aggiudica la sua sesta gara di coppa del mondo. Al terzo posto, distaccato di un solo centesimo, troviamo il leader della classifica generale di coppa del mondo, Aksel Lund Svindal. Al quarto posto, l’altro austriaco Klaus Kroell, con appena 2 centesimi di ritardo. Il detentore della coppa del mondo di specialità, era in vantaggio fino all’ultimo intermedio, ma poi, forse per il fatto di non avere materiali molto veloci, nell’ultimo tratto perde qualcosa e si deve accontentare di guardare i suoi avversari giù dal podio, anche se il suo ritardo è davvero un battito di ciglio. Dicevamo dei distacchi infinitesimali; i primi undici atleti sono racchiusi in soli 99 centesimi. Poche gare hanno questi precedenti. Prossimo appuntamento, il prossimo primo gennaio con il parallelo di Monaco di Baviera.
CHRISTIAN BARISANI

venerdì 28 dicembre 2012

La Fenninger domina a Semmering nel gigante


Anna Fenninger, si impone sulle nevi di casa a Semmering. L’atleta austriaca è protagonista di due splendide manche, che la vedono al comando in entrambi i casi. Seconda vittoria in carriera per l’atleta del Wunderteam, dopo quella conquistata a Lienz in Austria, nel 2011. Al terzo posto, una sempre verde Tina Maze, distaccata di 1” e 10 centesimi, la quale nella seconda manche riesce a recuperare qualche posizione, dal momento che nella prima era leggermente attardata. Al terzo posto, ottima la francese Tessa Worley, seconda dopo la prima prova, ma complice una seconda manche dove nel primo tratto si è leggermente disunita, alla fine termina ad 1” e 18 centesimi dalla vincitrice. Domani, sempre nella stessa località, in programma uno slalom speciale. In ottica coppa del mondo, la Maze guadagna altri 80 punti e si lancia verso la coppa di cristallo. La Vonn, ancora fuori dalle competizioni per i suoi problemi di natura ancora non ben identificata, spera di tornare al più presto alle competizioni. Ce lo auguriamo anche noi, dal momento che tutto il circo bianco sente la mancanza di questa grande campionessa, seconda per numero di vittorie in coppa del mondo, solo alla grande Anne-Marie Moser-Proll
CHRISTIAN BARISANI

" E lo chiamano Capodanno?"


(La foto in formato gigante vuole essere un omaggio al grande cantautore Bruno Martino)

Boicottando spettacoli e commercio, Pescara diventa sempre più una città sovietica o per eremiti

Molti anni fa ebbe un meritato successo una canzone di Bruno Martino, "E la chiamano Estate": un brano ancora oggi molto apprezzato per la raffinatezza con cui il cantautore stigmatizzava una bella stagione in cui, senza la presenza della sua amata non c'era la possibilità di vivere sul serio. Si potrebbe parafrasare il grande artista romano per commentare il programma dell'assessore di Pescara al turismo Maria Grazia Palusci, di cui vogliamo valutare i dettagli con ironia solo perchè siamo in un periodo di festa, altrimenti ci sarebbe da avvilirsi.

Punto primo: in nome dell'austerity, non vi sarà nessun ospite importante: l'assessore ha sottolineato quanto sia famoso e in voga il gruppo di punta della serata: gli "Alla Bua"!

Massimo rispetto per questa formazione musicale. Teramo però, che conta 1/4 degli abitanti di Pescara e non ha un hinterland così popoloso come il nostro, ha chiamato Paolo Belli per festeggiare il nuovo anno: almeno come nome di richiamo, c'è una bella differenza.

Punto secondo: sempre per risparmiare, non vi saranno i fuochi d'artificio. Avevamo già rilevato come il clima di queste festività fosse monastico, con i commercianti che all'ultimo momento hanno messo mano personalmente al portafoglio per allestire le luci natalizie.

Che dire, forse la Giunta sta cercando di promuovere una nuova forma di turismo: membri del clero, asceti ed eremiti saranno ben contenti di fare meditazione in una città che prima era vivace e piena di vita, e ora diventa sempre più silenziosa e raccolta.

Presto arriverà la richiesta di gemellaggio di qualche cittadina dei paesi post-comunisti e ancora poco democratici in cui le strade sono sempre vuote e se c'è un raduno di cento persone esso costituisce un grave problema di ordine pubblico; Corso Umberto, che ne condivide (in positivo) l'armoniosa profondità degli spazi diventerà la brutta copia dei "Prospekt" di Novosibirsk e di Togliattigrad.

E poco importa se vi saranno due veglioni (uno in Piazza "Salotto" e uno a Piazza Unione), se il contenuto è davvero povero.

Non ci convince, inoltre, la motivazione dell'austerity: la crisi c'è anche per tante città più piccole
di Pescara, eppure onorano l'anno nuovo come si deve.

Se si è costretti a fare rinunce persino sulle luminarie e sul concerto di fine anno, forse vuol dire che va messa sotto la lente d'ingrandimento la gestione dei fondi comunali,  non proprio ineccepibile.

Il Comune di Pescara percepisce quantità di denaro enormi da: parcheggi (diventati in gran parte a pagamento), tasse sulla casa e sui rifiuti, occupazioni di suolo pubblico, multe comminate dai vigili urbani (questa voce soltanto ammonta a diversi milioni di euro ogni anno), affissioni, affitto di strutture pubbliche, e molto altro ancora.

Eppure due società controllate dal Municipio danno continui grattacapi: la Pescara Parcheggi ha necessitato di un risanamento finanziario molto oneroso per i cittadini, e lo stesso avviene per la società Attiva, che smaltisce i rifiuti.

La ciliegina sulla torta di questo capolavoro è l'abbattimento degli investimenti natalizi che avrebbero giovato al turismo e al commercio. Ricordiamo che Pescara fonda la sua economia proprio sui visitatori e sui negozi. E' pertanto suicida un piano che riduca le spese proprio in questi settori; com'è ben noto, le feste di Natale sono una delle poche occasioni per i negozianti di prendere una boccata d'ossigeno.

Gli operatori del commercio sono sempre più infuriati, basta leggere il volantino che compare sulle vetrine del centro. C'è uno slogan che recita più o meno così: "Grazie a questo negozio, abbiamo le luci natalizie in questa strada". E' l'ultimo di tanti volantini di protesta che i negozianti hanno affisso negli ultimi anni. 

L'amministrazione cittadina dà l'impressione di cercare sempre meno il dialogo con gli operatori economici locali, e di essere sempre più distante da loro.

Alessandro Baldati,
Andrea Russo
La Destra - Pescara


giovedì 27 dicembre 2012

Lana Del Rey - Born to die

C'è qualcosa di ancestrale e di gotico nel brano che sto per farvi ascoltare, che una volta tanto porta qualcosa di nuovo nell'ambito delle grandi produzioni delle majors. Le etichette importanti preferiscono quasi sempre andare sul sicuro piuttosto che sponsorizzare musica innovativa. Non conosco la cantante in questione, l'ho sentita casualmente oggi pomeriggio in radio per la prima volta, ma mi sembra che in questo flusso di suoni un piccolo battito d'ali ci sia.

Pino Aprile e Massimo Vassallo: teorie opposte sull'unità d'Italia




Due posizioni storicistiche a 

confronto; Massimo Vassallo 

risponde alle tesi "meridionaliste" 

sull'Unità d'Italia di Pino Aprile

(Dal libro di Pino Aprile, Terroni)

In seguito all’unificazione 

territoriale dell’Italia nel 1860, 

la storia del risorgimento fu 

scritta ed adeguata in funzione 

dei nuovi padroni, i Savoia.

Il primo atto fu quello di 

giustificare l’invasione – 

avvenuta senza un motivo e senza 


dichiarazione di 

guerra – del Regno delle Due Sicilie, 


uno Stato in pace 

con tutti.

A tal fine, fu inventata e propagandata la più grande 

menzogna risorgimentale: quella del degrado e della 

miseria del Sud povero ed arretrato, a differenza del 

Nord, in particolare il Piemonte, ricco ed evoluto.


A questo punto, una domanda sorge spontanea: «Ma 

Vittorio Emanuele II e Cavour furono allora dei 

grandissimi fessi ad invadere e conquistare il Regno 

delle Due Sicilie? Furono degli autolesionisti, perché, 

così facendo, vennero a legarsi una simile “palla al 

piede” e ad accollarsi tutti nostri guai?»


Invece non fu così. Costoro non erano né fessi, né 

autolesionisti, ma dei grandissimi furbacchioni!


Al momento dell’unità d’Italia, la ricchezza dello Stato 

meridionale, costituita dai depositi aurei esistenti 

presso le banche delle Due Sicilie, era di poco inferiore 

a mezzo miliardo di lire-oro (443,2 milioni) ed in 


quantità doppia rispetto a quella di tutti gli altri Stati 

italiani messi assieme (per un totale di 668,4 milioni). 

Questi dati sono relativi al Primo Censimento Generale 


del neonato Regno d’Italia (Cfr. Francesco Saverio 

Nitti “Scienza delle Finanze”, Ed. Pierro, 1903, pag. 

292).


A ciò si aggiungeva la solidità della stessa moneta 

circolante, tutta in metallo pregiato (niente carta) 

che, per il suo valore intrinseco, non si era mai 

svalutata (quindi, l’inflazione, era un fenomeno 

sconosciuto!) nei 126 anni in cui regnò la dinastia 

borbonica.


Un’altra verità storica venne sapientemente occultata 

dalla storiografia risorgimentalista, e cioè che, subito 

dopo l’unità, fu combattuta una cruenta guerra civile, 

con centinaia di migliaia di morti (1 milione di 

meridionali restarono uccisi), passata alla storia come 

lotta al brigantaggio.


I Savoia hanno fatto credere di aver “liberato” il Sud 


dalle angherie e dalla fame. Ma dopo oltre 10 anni di 

dura repressione, iniziò un massiccio esodo di popolo 

dal Sud, ove prima erano sconosciute la 

disoccupazione e l’emigrazione (dall’unità ai nostri 

giorni, sono emigrati non meno di 26 milioni di 

meridionali).


In realtà, la Sardegna dei Savoia era ben più depressa 

della Sicilia dei Borbone e Napoli era ben più civile e 

moderna di Torino.

Tralasciando di menzionare i numerosissimi primati (in 

Italia e nel mondo: se ne contano più di cinquanta!), 

ricordiamo che, nel 1856, alla “Mostra dell’industria di 

Parigi”, il Regno delle Due Sicilie fu premiato quale 

Terza Nazione Industriale al mondo. Nessun altro 

Stato italiano fu menzionato (Cfr. Vittorio Gleijeses 

Storia di Napoli”, Ed. Ciano, pag. 852).


In campo tributario, l’erario napoletano era il più 

prosperoso d’Europa, quantunque a fronte di un 

sistema impositivo fiscale giudicato il più mite del 

continente; durante il regno dei Borbone, infatti, la 

pressione fiscale non venne mai accresciuta. Questo 

sistema tributario era regolamentato da tre 

sole leggi e poneva il massimo rispetto per la proprietà 

e l’iniziativa privata, agevolando in ogni 

maniera la ricchezza di ognuno e, quindi, quella 

generale. L’unica imposta “diretta” esistente era la 

fondiaria (10%), mentre imposte “indirette” erano 

quella sulle dogane, sui tabacchi, sul sale, sulle 

polveri da sparo e sulle carte da gioco (in sostanza, 

tutte imposte di monopolio); poi quella sul 

registro, quella sulla lotteria e quella sulle poste.

Tra il 1815 ed il 1860, le aliquote di queste imposte 

non furono mai aumentate, né furono istituite 

nuove tasse. Tuttavia, le entrate erariali erano sempre 

in espansione.


Come le ricchezze finanziarie del Regno della Due 

Sicilie erano più consistenti di quelle piemontesi, 


così il debito pubblico era più modesto; infatti, esso 

consisteva in 59,03 lire pro-capite per i 


meridionali, contro le 261,86 lire pro-capite per i 

sudditi del Regno di Piemonte (Cfr. Giacomo 


Savarese, “Le finanze napoletane e le finanze 

piemontesi dal 1848 al 1860”, Tipografia di Gaetano 


Cardamone, Napoli, 1862).


Per questo e non per altro, i piemontesi occuparono il Regno o 

davvero qualcuno crede ancora alla bella favola 

risorgimentale? Nella drammatica situazione socio-

economica in cui versiamo oggi, non l’avrebbero mai 

fatto: si sarebbero legati una bella palla al piede! Ma a 

Vittorio Emanuele II ed a Cavour – che fessi non erano 

(e Garibaldi fu solo un utile strumento nelle loro mani) 

faceva molto gola un bel Regno, ricco ed opulento, 

una vera e propria California Europea; Napoli fu vista 

con invidia e cupidigia, in quanto appariva come una 

gallina dalle uova d’oro, da catturare e spogliare.

Ma c’è di più. La politica fiscale perseguita dallo Stato 

unitario fu un caso di vero e proprio drenaggio di 

capitali che, dal Sud, andarono al Nord.

Infatti, sentiamo cosa dice addirittura un 


convinto 

unitarista meridionale, come Giustino 

Fortunato, nella 

lettera del 2 settembre 1899 a Pasquale Villari: 

«L’unità d’Italia… è stata, purtroppo, la nostra 


rovina 

economica. Noi eravamo, nel 1860, in 


floridissime 

condizioni per un risveglio economico, sano e 

profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se 


questo 

non bastasse, è provato, contrariamente 


all’opinione 

di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi 


benefici 

finanziari nelle province settentrionali in 


misura 

maggiore che nelle meridionali».

Pertanto, la storia “ufficiale” andrebbe riscritta 

basandosi sui documenti, ma i nostri libri di scuola e la 

tanta letteratura risorgimentalista, questo non l’hanno 

fatto e non lo fanno ancora: raccontano tante balle. Le 

balle utili a chi invase un pacifico, tranquillo Regno, 

conquistò, massacrò ed ebbe poi bisogno di costruirsi 

una verginità di fronte alle future generazioni.


Sempre dal Censimento Generale del Regno d’Italia 

del 1861 (dati ufficiali anche questi!) risulta che, nelle 

Due Sicilie”, erano attivamente occupate 6.983.826 

persone, pari al 76,10% della popolazione. Vale a dire 

che il Regno godeva decisamente di una invidiabile 

situazione economica, impensabile ed inarrivabile per 

noi meridionali di oggi, in tre parole: la piena 

occupazione.


Questo risultato fu raggiunto con la grande politica di 

investimenti e risanamento voluta dal re Ferdinando II 

di Borbone.


L’emigrazione dalle nostre terre era un fenomeno 

assolutamente sconosciuto; dopo l’unità d’Italia 

assumerà toni da “Esodo Biblico”.


In conclusione, eravamo lo Stato più ricco d’Italia, 

con il più elevato livello di occupazione, il minor 

numero di poveri, la maggiore densità di popolazione, 

il maggior numero di immigrati (dal Nord Italia e 

dall’estero: pensate l’ironia!) e tutti occupati; la prima 

normativa della storia sull’immigrazione fu la legge 

emanata il 17 dicembre 1817 dal re Ferdinando I di 

Borbone. Insomma, eravamo uno dei tre Stati più 

potenti d’Europa, che a quei tempi significava del 

mondo, mentre chi ci invase ed occupò era lo Stato +


più povero, sull’orlo della bancarotta (ce lo riferisce il 

deputato piemontese Pier Carlo Boggio), talmente 

indebitato che i Savoia dovettero cedere (rectius: 

vendere) la loro terra d’origine, cioè la Savoia, alla 

Francia.


Incredibile? No è la verità, a noi tutti abilmente 

occultata, ma soltanto la verità.


Il tracollo del Sud nasce dopo l’unità d’Italia ed 

aumenta in maniera esponenziale fino ai giorni nostri, 

facendo fuggire i ragazzi da questa loro terra.


Prendiamone atto una volta per tutte e, dopo aver 

fatto studiare loro tante sciocchezze, cominciamo a 

raccontare ai nostri figli la verità. La Storia deve 

essere maestra di vita e non di falsità! Ingannare i 

nostri ragazzi (come lo siamo stati noi adulti quando 

eravamo studenti) con queste colossali fandonie è 

altamente diseducativo.


Purtroppo, anche Sergio Rizzo e Gianantonio Stella 

(come lo scrivente) hanno studiato la storia d’Italia 

adulterata e manipolata che si legge sui libri scolastici 

scritti dagli storici di regime (sabaudo), per avvalorare 

il punto di vista dei vincitori; tuttavia, non è mai 

troppo tardi per documentarsi su qualche buon testo 

più obiettivo. Ripartiamo allora dalla Storia d’Italia, 

ma da quella “vera”, cioè quella basata su documenti 

inoppugnabili, non sulle favolette inventate di sana 

pianta e raccontate fino alla noia, per ben 150 anni, da 

storiografi prezzolati e venduti al vincitore.


Consiglieri, pertanto, oltre ai testi già menzionati, di 


leggere anche alcune pagine di Gramsci sulla 

questione meridionale (può stupire che il padre del 

comunismo italiano avesse una visione controcorrente 

degli eventi post-unitari, da lui denunciati come messa 

a ferro e a fuoco delle contrade meridionali e soprusi 

sulle masse contadine: Gramsci prima e più di altri 

aveva capito che l’unificazione era stata un’operazione 

di colonizzazione violenta del Meridione), nonché la 

recentissima opera di Pino Aprile, “Terroni” Ed. 

Piemme, 2010



******************************************************************************************


Massimo Vassallo: - Fu la vittoria di uno stato 


liberale su una nazione "piagnona".


A parte i toni e certe interpretazioni, sono 

abbastanza d’accordo nella rivalutazione delle 

Due Sicilie e in genere di 
tutti gli Stati 


pre-unitari ma alla parola 

piemontesi” bisogna sostituire “liberali” e/o 

unitari”…il vecchio Piemonte cessò di 

esistere nel 1847, allorché 

Carlo Alberto (1831-1849, primo del ramo 

Carignano) licenziò il conte Clemente Solaro 

della Margarita, cattolico 



conservatore e grande uomo di Stato veramente 

sabaudo (Ministro degli Esteri, feb 1835-ott 

1847); dal 4/3/1848 

(promulgazione dello Statuto, annunciato l’8 

febbraio) il Piemonte fu in mano ai liberali 

(dal 1850 sempre più 

anticlericali) che oppressero dapprima il 


popolo piemontese (colpendo la Chiesa ed 

oberando i sudditi di tasse) , 


in attesa di estendere nel 1859, 1860, 1866 e 



1870 le loro “delizie” a tutta Italia, che 

allora sì pronunciò il suo 


grido di dolore” (come da un articolo di “La 

Civiltà Cattolica” del 1879 che parafrasava le 

parole di Vittorio 


Emanuele II nel 1859, ma con un senso 

opposto)..il Piemonte, oltre alla vita dei 

suoi figli sui campi di battaglia 



della Lombardia, ci rimise anche Nizza e 



Savoia, vergognosamente cedute ai galli da 

Cavour nel marzo 1860 ! (e 


nel 1947 ci portarono via anche Briga, Tenda e 




il piano del Moncenisio)…in più il Piemonte, 


già prima del 1859, 

cadde in buona parte in mano a non-piemontesi, 


liberali esuli favoriti da Cavour a scapito 

dei suoi 


connazionali..cito Pietro Paleocapa, liberale, 

veneto, di cui c’è la statua a Porta Nuova, 

Pasquale Stanislao 


Mancini, napoletano, che ebbe cattedre a 

scapito dei subalpini, il gen. Fanti 

(emilioano), il crudele e vigliacco gen. 


Cialdini (suddito estense, già traditore dei 

suoi Duchi, spietato contro i soldati 

borbonici), il romagnolo Farini, il 


bolognese Minghetti e poi il fiorentino 

Peruzzi, il fiorentino Ricasoli ecc (tutti 



costoro furono traditori dei loro 


legittimi Sovrani; Minghetti e Peruzzi faranno 

sparare sul popolo torinese nel settembre 1864 

che protestava per il 


trasferimento della capitale a Firenze, bel 

ringraziamento !)


al Sud i Borboni caddero anche e soprattutto 

per il tradimento di molti “napoletani”, 

esemplificati dal famigerato 


Don Libo’ (settari e/o corrorri dall’oro 

cavouriani)




troppo facile quindi sputare veleno sui Savoia 

che, di fatto, erano ormai quasi esautorati 

politicamente…per 

quanto senza dubbio “complici” dei governi 

liberali e anticlericali


per dire, a Modena (Ducato Estense) 

l’opposizione ai liberali e agli annessionisti 

fu molto più forte che al Sud 


(parlo della fase “ufficiale”, pre-

brigantaggio) e mentre l’Esercito di Francesco 

II, pieno di traditori e imbecilli, si 


arrese a Garibba’ spesso senza sparare un 

colpo, il piccolo Esercito di Francesco V 

(1846-1859, ob. 1875), Duca 




di Modena, lo seguì in esilio senza una 

diserzione, per 63 mesi !




Dunque certo vittimismo neo-borbonico anti-

piemontese è fuori luogo; i duosiciliani 

dovevano difendersi nel 1860, 


non piangere dopo, o ricorrere al 

brigantaggio”, sistema di lotta che molti al 



Nord, anche i più simpatetici, non capirono e 

non capiscono.


resta il fatto che l’Unità d’Italia venne 


fatta molto, molto male e ne paghiamo le 

conseguenze ancora oggi


P.S: il Piemonte, sino al 1848 stava 

abbastanza bene economicamente; furono i 

liberali a distruggere l'economia del Regno 



sabaudo dal 


1848 al 1859 ! se si paragona, come é giusto 

fare, il Piemonte tradizionale (pre-1848) con 

le Due Sicilie (pre-1860) non c'é tutta questa 


differenza nei conti, erano Stati solidi 

ambedue, finanziariamente (pur con certi 

problemi)...i liberali, quelli che il 

"napoletano" principe di 


Canosa (ultra-conservatore, autore de "I 

pifferi di montagna") chiamava la "sovrana 

itala liberalesca canaglia", rovinarono 

entrambi, 


prima noi e poi voi....Nizza e Savoia furono 

cedute per ragioni politiche, per avere il 

placet di Napoleone III all'annessione di 

Toscana, 




Ducati e Legazioni, e non per ragioni 



finanziarie...lì sbaglia di grosso !