Avvertenza

È consentito riportare e linkare gli articoli di questo sito, a patto che vengano riportati nome, cognome e fonte. L'autore si avvale della facoltà di tutelare i contenuti qui pubblicati nelle sedi e nei modi che riterrà più opportuni.
Il blog di Andrea Russo è un sito di opinione e di intrattenimento. Non è, nè intende, essere una testata giornalistica e non ne ha le caratteristiche (redazione, periodicità fissa, registrazione presso un tribunale, et cetera).
È pertanto dispensato dalle regole riguardanti la stampa nei periodi elettorali.

Ogni mercoledì, ore 19:00 - Ne riparliamo a Budapest

lunedì 18 aprile 2016

Il discreto livello di benessere nella Libia di Gheddafi


Nella foto: una veduta di Tripoli

Riporto qui un interessante articolo del sito vietatoparlare.it.

In esso si riporta una lettera al Corriere di Sondrio di un lettore, il sig. Giovanni Lazzaretti. La lettera è corredata da un elenco di fonti.

"Caro Direttore, sabato scorso mi sono svegliato molto presto e non riuscivo a riprendere sonno: frammenti di Libia mi giravano per la testa. Durante la settimana ho dedicato ogni giorno un po’ di tempo a Internet, cercando di sistemarmi le idee. Sono andato innanzitutto a rivedere le immagini dei 5 leader o ex leader del Nord Africa. Erano come le ricordavo: re Mohammed VI del Marocco, l’algerino Buteflika, il tunisino Ben Alì, l’egiziano Mubarak, appaiono sempre come capi di stato “normali”, in giacca e cravatta. Per il libico Gheddafi sempre immagini con un che di “estroso”. 

E’ l’immagine mediatica che ci hanno messo in testa da sempre: cinque capi di stato assoluti, di cui uno un po’ pazzo. Però le benemerenze di Gheddafi elencate da padre Gheddo (1) nessuno ce le aveva fatte conoscere. Mi è venuto un primo dubbio: l’elenco fornito da padre Gheddo è un elenco di tipo “qualitativo”; esistono degli indici “quantitativi” che lo confermano? Subito mi è venuto in mente il PIL pro capite; verifico e trovo che la Libia è tra i primissimi in Africa ed è la prima nel Nord Africa (Libia $ 14.192, Tunisia 8.002, Algeria 6.709, Egitto 5.892, Marocco 4.362). C’è anche il PIL pro capite rapportato al costo della vita: stessa situazione. Potrebbe essere una casualità? 

E’ possibile che una popolazione relativamente modesta (6.120.000 abitanti) unita ad abbondanza di petrolio produca in modo “automatico” questo ottimo PIL pro capite? Ho cercato altri indici. Uno strumento standard per misurare il benessere di un paese è l’ISU (indice dello sviluppo umano), un mix di aspettativa di vita, istruzione, reddito. E qui la vista viene colpita subito, prima ancora di andare a leggere le tabelle: in una cartina dell’Africa di diversi colori, l’unico paese in verde (livello ISU alto) è la Libia. La Libia è al 53° posto mondiale (Tunisia 81° Algeria 84° Egitto 101° Marocco 114°). 

Ma davvero questo Gheddafi è pazzo? Ha il petrolio, ma sembra che lo sappia usare bene. Già sapevo che dalla Libia non emigra nessuno. E’ possibile che sia il regime di Gheddafi a tenerli a forza in Libia, semmai disoccupati? Vado a cercare altre tabelle. Indice di disoccupazione, stima 2010: Libia 4,8 Marocco 12,0 Egitto 15,0 Algeria 18,0 Tunisia 24,0. Qui però la cosa è impressionante: l’indice della Libia non è solo il più basso del Nord Africa, è il più basso del mondo. 

A questo punto l’inganno mediatico è chiaro e certo: come a est il popolo egiziano (2) ha fatto cadere Mubarak, come a ovest il popolo tunisino (2) ha fatto cadere Ben Alì, così lì in mezzo era “mediaticamente ovvio” che il popolo libico facesse cadere il pazzo Gheddafi. Ma i parametri che ho elencato possono spiegare la caduta di Mubarak, possono spiegare la caduta di Ben Alì, mentre non possono in alcun modo spiegare una ribellione del popolo libico contro lo stato migliore dell’Africa. Come ha fatto Gheddafi a realizzare tutto questo? 

Quando le notizie non ti vengono fornite, ma vanno “stanate”, è utilissimo avere una rete di corrispondenti. Un anziano signore mi manda via e-mail un’informazione che non sapevo: la banca centrale di Gheddafi è di proprietà dello stato libico al 100% (3). Allora comincio a cercare in Internet partendo da questa notizia. Si trovano cose impressionanti: la Libia è ai vertici dell’istruzione gratuita, ai vertici dell’assistenza medica gratuita e di qualità, ai vertici nella promozione familiare; a una coppia che si sposa lo stato libico eroga 60.000 dinari (50.000 dollari) come prestito senza interesse e senza data di scadenza (in pratica restituiscono se possono, se vogliono, e quando lo ritengono giusto). 

Tutte cose possibilissime da realizzare quando la banca centrale è tua: le gratuità e le erogazioni fatte non indebitano lo stato libico. “Tutto gratuito, erogazioni a tasso zero, inflazione a valanga!” direbbe un economista standard. Niente da fare. Anche qui le tabelle smentiscono le idee preconfezionate. La Libia sta nella fascia di inflazione modesta (2%-5%), non diversa da Algeria e Tunisia, meglio di Egitto e Marocco. Gheddafi era stato presidente di turno dell’Unione Africana tra il 2009 e il 2010. 

Aveva lanciato idee innovative? Pare di sì. Aveva proposto all’Africa di dotarsi del dinaro-oro come moneta unica, idea che aveva trovato la contrarietà solo del Sudafrica e dei vertici della Lega Araba. E qui trovo la frase che mi colpisce: “The initiative was viewed negatively by the USA and the European Union, with French President Nicolas Sarkozy calling Libya a threat to the financial security of mankind” (3). 

La Libia è una minaccia per la sicurezza finanziaria del genere umano? Presidente Sarkozy, non ci faccia sorridere. Noi abbiamo constatato nei fatti che non Gheddafi, ma il sistema finanziario USA+UE ha prodotto il disastro economico – finanziario del 2008, non ancora superato. E poi perché mai la moneta unica europea dovrebbe essere un bene e la moneta unica africana dovrebbe essere un male? A meno che, per Lei, il “genere umano” non si riduca ai paesi occidentali. E qui mi avvicino alla conclusione, che sarebbe ridicola, se non fosse tragica. 

Cosa hanno fatto i “ribelli cirenaici” prima ancora di formare un governo provvisorio? Hanno creato la CBB (Central Bank of Benghazi) banca di tipo classico, proprietà di privati (come in Italia, in Francia, ecc.), in opposizione alla CBL (Central Bank of Libya) di proprietà dello stato libico. E’ il primo caso nella storia dell’umanità di una “rivolta bancaria”: la volontà di distruggere un esperimento di benessere ottenuto con un sistema economico – finanziario alternativo. E noi a bombardare, in violazione della nostra Costituzione, per la gratuita distruzione di uno stato sovrano, lo stato migliore dell’Africa. 

“Ma Gheddafi è un assassino, non ricordi la strage di Lockerbie?” Come no, la ricordo bene. Di solito non ricordo il colore delle pareti di casa mia, o che vestiti avevo il giorno prima, ma le cose storiche un po’ le ricordo. O credo di ricordarle. Ricordavo due agenti libici condannati per quell’attentato. Poi vado su Internet e apprendo che uno dei due era stato accusato e poi assolto. E l’altro si è fatto alcuni anni di prigione poi è tornato in Libia alla fine dell’embargo (5). Ma in un giornale scozzese (non libico) trovo delle parole inquietanti: le prove contro il libico furono costruite a tavolino (6). 

Fatto antico quello di Lockerbie (vero o falso che sia), fatto comunque già pagato con 10 anni di embargo alla Libia. Ma qualcuno si è subito premurato di rievocare le presunte responsabilità di Gheddafi su Lockerbie: è stato Mustafa Abd Al-Jalil (7), ex ministro di Gheddafi, che si è rifatto una verginità passando ai “ribelli bancari”. Devono rievocare Lockerbie per forza, perché non troverebbero niente altro di “oggettivo” contro Gheddafi. E’ proprio una “rivolta bancario – mediatica”. Sul Resto del Carlino – Reggio leggo queste frasi: “[…] non fare mancare il pane al popolo in una Nazione africana significa dare dignità a tutti, anche ai più poveri. La libertà non arriva con le bombe americane, francesi inglesi e purtroppo anche italiane. 

Con le bombe Nato la Libia perderà la sua indipendenza, e l’indipendenza è la vera libertà di tutto un popolo. I ribelli non stanno facendo la rivoluzione per la libertà, stanno distruggendo la Libia, hanno portato una guerra che in poche settimane ha trasformato le nostre città in ruderi, e ha gettato i libici nell’incubo di una guerra civile. […] 

L’intervento straniero ha fatto solo prolungare una guerra che ora sta distruggendo la nostra Patria […] la Libia sta combattendo da sola contro gli aerei più potenti del mondo e contro i più grandi sistemi di comunicazione […]”. Sottoscrivo le frasi di Nuri Ahsain, presidente Lega Studenti libici in Italia, pubblicate nella pagina delle lettere. Le sottoscrivo, e una l’ho anche sottolineata: i mass media mi stanno ingannando già da tre mesi, e comincio a essere schifato. 

C’è però una differenza tra Nuri Ahsain e me. La sua famiglia riceve le bombe in testa, mentre io gliele getto in testa. Io, i miei mass media, il partito che ho votato, il mio Parlamento, il mio Governo, le mie Forze Armate, il mio Presidente, tutti in violazione della mia Costituzione. E’ l’Italia che ha bisogno di una sollevazione di popolo, non la Libia".

Cordiali saluti 

Giovanni Lazzaretti 

NOTE 1) “I proventi del petrolio Gheddafi li ha usati per sviluppare il Paese: strade, scuole, ospedali, università, case popolari a bassissimo prezzo, inizio di industrializzazione, sviluppo agricolo con l’acqua tirata su nel deserto ad una profondità di 600-800-1.000 metri. Due acquedotti portano l’acqua dal deserto alla costa, 900 km. a nord. 

Ha mandato le bambine a scuola e le ragazze all’università, ha abolito la poligamia e varato leggi in favore della donna anche nel matrimonio: ad esempio ha proibito di tener chiuse le ragazze e le donne in casa e nel cortile cintato di casa. Ha controllato e tenuto a freno l’estremismo islamico. I 100 mila cristiani, pur con molti limiti, godono di libertà di culto e di riunione. La Caritas libica è un organismo stimato e richiesto di interventi. In Libia ci sono circa 80 suore cattoliche e 10.000 infermiere cattoliche, oltre a molti medici”. padre Gheddo, Asianews. 

2) Lascio perdere i dettagli su chi ha organizzato e gestito il “popolo”: bisognerebbe scrivere un’altra lettera. 3) Da noi, lo ricordo, Bankitalia è proprietà di privati. 4) Non sono riuscito a trovare il contesto nel quale Sarkozy avrebbe pronunciato questa frase: se qualcuno può aiutarmi, gliene sarei grato. Do per buona la frase, perché confermata dall’azione violenta e immediata di Sarkozy contro la Libia, appena ottenuta la “copertura” dell’ONU. 

5) Già. Non dimentichiamo che il benessere libico è stato ottenuto nonostante 10 anni di embargo. 

6) A Former Scottish police chief has given lawyers a signed statement claiming that key evidence in the Lockerbie bombing trial was fabricated (News.scotsman.com 28 agosto 2005). 

7 Intervista a un giornale svedese, 23 febbraio 2011. 

martedì 8 marzo 2016

Ecco perchè le banche falliscono


Bugie e fallimenti

In tema di banche, i nostri Presidenti del Consiglio prendono dei granchi colossali e continuano a mietere figuracce.

Silvio Berlusconi, per molte volte, dopo la crisi del 2008, affermò: 

"Il nostro sistema economico ha retto l'urto della crisi meglio di tanti altri paesi e le nostre banche sono solide".

Poco tempo dopo vennero fuori tutti i misfatti, col relativo default, del Monte dei Paschi di Siena, salvato, con i soldi dei contribuenti, dal governo Monti".

Dopo il crollo delle ormai note quattro banche di piccole-medie dimensioni (Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Chieti, Banca delle Marche e Cassa di Risparmio di Ferrara), Matteo Renzi tranquillizzò gli animi: 

"Il nostro sistema bancario è solidissimo e la Germania se lo sogna, uno scenario come il nostro".

Dopo un mese circa da questa scellerata sortita, i media hanno centrato l'attenzione sulla crisi di un istituto piuttosto importante, giudicato l'undicesimo gruppo bancario più ricco d'Italia.

Stiamo parlando della Banca Popolare di Vicenza, detentrice di 682 quote della Banca d'Italia che la rendono il trentaduesimo azionista per rilevanza.

La Banca d'Italia a sua volta è azionista della Bce.

L'istituto veneto dunque, partecipa ai dividendi derivanti dai prestiti operati dalla Banca Centrale Europea.

Una banale verità

Il motivo per cui le banche falliscono è molto semplice. Ancora oggi esse traggono la maggior parte del loro profitto dai prestiti. In un periodo di ormai cronicizzata recessione come quello attuale, le società di credito italiane sono indotte a prestare pochi soldi perché solo una minoranza della popolazione può dare sufficienti garanzie. 

E' chiaro però che così facendo guadagnano meno.

Nello scenario economico attuale, anche quando gli istituti di credito prestano liquidità ad aziende che sembrano solide, ricevono da queste operazioni un notevole danno.

Tali attività produttive, infatti, falliscono a volte inaspettatamente, lasciando il creditore in difficoltà.

Il boomerang delle banche e quello delle aziende

Il paradosso è nel fatto che proprio la politica economica voluta dalle banche si ritorce contro di esse. Nel sistema produttivo si è registrato un fenomeno analogo. 

Dagli anni '90 i governi e le elite economiche trovarono delle soluzioni per desalarizzare i dipendenti, come, ad esempio, i contratti flessibili. I sindacati in tale fragente mostrarono poca combattività, mentre dieci o venti anni prima davano vita ad imponenti proteste per questioni di minore importanza.

Le aziende, pensando di massimizzare i profitti risparmiando sul costo del lavoro, sono state colpite da un boomerang. Se le imprese pagano meno milioni di lavoratori, infatti, questi ultimi consumano meno e comprano meno i servizi e i prodotti che esse vendono.

Gli industriali dunque mettono in moto un meccanismo pensato per guadagnare di più ma che li danneggia.

Allo stesso modo, se le banche operano, tramite la complicità dei governi che ne sono il braccio, politiche recessive, fatte di tagli e tasse, i soldi di tali cespiti vanno a loro con vari stratagemmi e giustificazioni.

Gli enti creditizi pensano così di guadagnarci, ma a quel punto le masse non hanno più risorse reddituali per garantire i prestiti e le perdite risultano ben maggiori.


Un caro saluto a Giorgio Ariani


Hai portato un po' di colore nelle nostre vite, soprattutto nelle giornate noiose d'inverno, oppure quando dopo una lunga giornata storta, ci capitava di vedere le repliche dei tuoi film nelle ore notturne, sulle reti locali.

Mi rimasero impresse quelle scene del tuo Pierino in cui Renzo Montagnani veniva, "deus ex machina", a darti una mano nelle situazioni critiche di bambino monello. A te brillavano gli occhi, pieni di semplicità e di amore e gli dicevi: "I' tti vorrei come bbabbo". In quel momento avevi una luce particolare e sembravi un bambino per davvero.

Hai doppiato Ollio, hai scritto e interpretato commedie, hai partecipato ai programmi dei grandi e dei bambini.

Da oggi avremo un sorriso in meno.

Grazie...

e arrivederci!

domenica 6 marzo 2016

Il nostro autorazzismo e quel sorriso che fa la differenza

Ogni volta che mi reco in un paese straniero e dico che sono italiano, la prima reazione della maggior parte degli interlocutori è questa: il viso si illumina ed esprimono parole di sincera ammirazione per il mio paese. Ne vengono presi ad esempio lo stile di vita, le bellezze naturali ed artistiche, il cibo, a volte anche altri fattori.

Qui in Italia lo sport nazionale è invece di commiserarci e lamentarci di tutto. Come dei bambini viziati, nulla ci va bene. Qualche anno fa, precisamente tra il gennaio e il febbraio del 2012, alcune località dove la neve c'è raramente o per pochissimi giorni all'anno, furono imbiancate per un paio di settimane. 

L'organizzazione per ovviare alle emergenze fu buona, le strade vennero tenute in buono stato, la neve fu spalata, il sale per scioglierla fu sparso e tutti gli organi volti alla protezione della popolazione si mossero.

Nonostante ciò, molti italiani, come mammolette isteriche, si indignarono dando la colpa a questa o a quella istituzione. I rappresentanti dei comuni e delle regioni non godono di troppa popolarità, ma non sanno ancora organizzare la danza della neve; 

non controllano i fenomeni naturali nè hanno il numero con prefisso del paradiso; non possono mettere dunque una buona parola su ciò che è naturale e quello che è soprannaturale.

In Italia impera la retorica che ci vuole, soprattutto per alcuni esponenti della stampa, dei cialtroni che non sanno fare niente bene.

Nella mia famiglia si è sempre lavorato e conosco molte persone valide che cercano di fare qualcosa di utile per dare un senso alla propria esistenza.

Abbiamo tanti motivi di vanto.

Forse ci scordiamo come si vive ancora oggi in diversi paesi disagiati del mondo. Abbiamo rimosso la cognizione che c'è stata una generazione che ha visto due guerre mondiali stravolgere la sua vita.

Non tutto è meglio altrove e l'erba del vicino non è sempre più verde.

Andate a controllare la qualità delle abitazioni medie in alcuni paesi anglosassoni. Paragonate il nostro cibo con tanti altri piatti stranieri.

Senza scomodare il genio dei nostri artisti e scienziati del Rinascimento, oltre che di altre epoche più o meno lontane, vi chiedo: chi ha inventato il moplen? Per chi non lo sapesse, il moplen è una plastica che viene utilizzata per moltissimi utensili e oggetti di varia natura.

Chi ha costruito la Ferrari, la Lamborghini, quale paese ha dominato per decenni nell'industria della moda?

Quante declinazioni del nostro artigianato e della nostra abilità manifatturiera vengono ammirate, copiate ed esportate in tutto il mondo?

Eppure giornalisti come Marco Travaglio si lasciano scappare in tv frasi come: "senza l'Europa saremmo le m...e che siamo sempre stati".

Non sono a favore del nazionalismo e nemmeno del patriottismo. Quando si dà per scontato che tutto ciò che viene fatto nel tuo territorio, nella tua regione e nel tuo paesello è il meglio del meglio, si diventa parte di un provincialismo odioso che non fa bene.

In tal caso si evita il confronto e si rifiuta, osservando altri modelli di pensiero, di azione e di vita, il confronto che ci stimola a cercare dei miglioramenti.

Invoco piuttosto l'equilibrio e il senso di autostima che stiamo perdendo. Lamentarsi della nostra classe dirigente è giusto, ma è anche inutile. Bisogna concentrarsi su azioni concrete, anche molto piccole, da applicare nel nostro piccolo spazio quotidiano. Dare l'esempio vale più di mille sermoni.

Un brutto vizio che noi Italiani abbiamo è quello di criticare gli altri e assegnare le colpe a determinate categorie di persone in cui raramente rientriamo noi stessi.

Spesso riteniamo di essere migliori degli altri, di votare meglio di altri e di non avere atteggiamenti da correggere.

Quand'anche ammettessimo di avere la nostra parte di responsabilità come singoli individui, a cosa servirebbe, se poi non ci muovessimo? 

Non rimane che renderci impermeabili alle notizie che ci fanno indignare ogni giorno. Viviamo con il sorriso e recuperiamo la spensieratezza dell'Italia pre-industriale. 

Se vogliamo il cambiamento, iniziamo a cambiare noi stessi. Parliamo meno e prendiamo l'iniziativa e sentiremo la positività animare le nostre braccia.

sabato 5 marzo 2016

Perchè il debito pubblico non è un problema e perchè non va ripianato

Il compito di un giornalista è quello di cercare la verità e di divulgarla. Purtroppo troppi addetti ai lavori si riempiono le labbra e la penna di cose che non comprendono. Si tratta di concetti non difficili da capire, ma bisogna informarsi. Stendiamo un velo pietoso poi sulla voluta disinformazione che alcune forze politiche ci propinano da vent'anni in temi di economia, spesso per giustificare l'aumento di tasse e il taglio di servizi pubblici.

Cos'è il debito pubblico?

Innanzitutto spieghiamo cos'è il debito pubblico. Wikipedia ne dà una definizione attendibile:

"Il debito pubblico in economia è il debito dello Stato nei confronti di altri soggetti economici nazionali o esteri quali individui, imprese, banche o stati esteri, che hanno sottoscritto un credito allo Stato nell'acquisizione di obbligazioni o titoli di stato (in Italia BOT, BTP, CCT, CTZ e altri) destinati a coprire il fabbisogno di cassa statale, nonché l'eventuale deficit pubblico nel bilancio dello Stato".

Lo stato italiano, come tutti i maggiori stati industriali affermatisi nel dopoguerra (Usa, Germania, Francia, Uk, Giappone) ha speso molti soldi per infrastrutture, salari pubblici, servizi. Ha messo in circolo moneta e ricchezza per mettere in moto l'economia privata. Dagli stipendi pubblici traggono beneficio milioni di attività industriali e commerciali, perchè le persone impiegate dallo stato impiegano il proprio denaro in consumi di vario tipo.


Dire dunque, come molti liberisti del settore privato, che la spesa pubblica è una cosa che li danneggia è falso.


Il debito pubblico non è mai stato un problema

La stragrande maggioranza del debito pubblico è, in Italia come ormai dappertutto, detenuto dalle banche.
Avete mai sentito in televisione banchieri o dirigenti di banca affermare: rivogliamo i nostri soldi, il debito pubblico ci danneggia!

Quando l'Italia raddoppiò il suo debito pubblico tra il 1981 e il 2000, non si sentì un solo banchiere lamentarsi, anzi, banche e aziende furono per molto tempo soddisfatte perchè l'economia andava bene.

Perchè non si ribellano? Semplicemente perchè non c'è mai stato un problema relativo all'ammontare del debito pubblico.

Perchè il debito pubblico non va ripagato, punto per punto

1 Le banche non prestano allo stato soldi propri: premono un bottone e ordinano il denaro alla banca centrale, che glieli presta a tassi generalmente ridicoli (0,25, 0,50, 0,75%)

Concedono poi tali somme allo stato a tassi molto più elevati, traendone un guadagno.

2 L'interesse sui titoli di stato, su cui le banche guadagnano, è proporzionale al rischio che esse corrono. Più alto è il rischio, più alti sono i profitti. Se il credito non viene restituito, fa parte del gioco. Quando gli istituti di credito realizzano anche il 20% sui titoli di stato, stanno al gioco. Deve stare a loro bene, quindi, anche quando l'investimento va male.

3 Il debito è stato creato, in tempi moderni, in maniera artificiale. Non c'era bisogno di chiedere tutti quei soldi in prestito alle banche, perchè lo stato aveva il potere di creare denaro.

Quando la Banca d'Italia è stata separata dal Ministero del Tesoro e poi privatizzata, i suoi dirigenti decisero di non comprare i titoli di stato che rimanevano invenduti.

Lo stato dovette dunque alzare a dismisura gli interessi per renderli appetibili. Fu così che in venti anni, dall'81 in poi, il debito pubblico esplose, per una spesa di interessi bancari dunque, non per gli sprechi di cui tanto si parla, che sono una piccolissima parte del debito.

4 Si può continuare a fare molto debito pubblico in più, senza che questo sia un problema.

Se c'è una banca centrale vera (non la Bce dunque) che garantisce la solvibilità del debito, esso non è un problema.

5 E' un dato di fatto: Il Regno Unito ha il debito pubblico da otto secoli e nessuna catastrofe l'ha colpito. Discorsi simili si possono fare per gli  Stati Uniti e il Giappone, ad esempio. Quest'ultimo ha un debito del 250% del Pil e il Fondo monetario internazionale dice che è tutto ok, perchè ha una banca centrale che garantisce il debito.

6 Le banche, giocando ai derivati e con altri strumenti di finanza creativa, hanno creato una massa monetaria di 54 volte superiore al Pil mondiale. Cosa volete che sia un debito di 1,2, 2 o 3 volte il Pil? Si può continuare a fare debito pubblico senza conseguenze.

7 L'Italia ha degli assets praticamente infiniti per garantire il debito, quand'anche ce ne fosse bisogno: proprietà pubbliche, infrastrutture terreni et cetera et cetera.


Inoltre parlare di rapporto debito pubblico\Pil non ha senso: il primo è uno stock maturato nell'arco di decenni, se non secoli. Il secondo è un flusso che misura il valore monetario di beni e servizi nell'arco di un solo anno.

Del resto, quando andate in banca per un prestito, essa non vi chiede quanti beni e servizi avete prodotto, ma il rendiconto del vostro reddito e delle vostre proprietà.


8 Le banche traggono già il loro profitto dagli interessi sul debito pubblico, altrimenti sarebbero già fallite tutte. Non pagare il debito vuol dire infliggere ad esse un mancato guadagno, non una perdita.

9 Bisogna essere rigorosamente corretti nei confronti delle banche, che, senza un processo democratico, si sono impossessate della sovranità monetaria dei popoli e creano truffe, frodi fiscali e molto altro ai danni dei risparmiatori?

Considerazioni finali

Ci avete mai fatto caso? I paesi dell'est europeo, soprattutto appena dopo essere usciti dal controllo sovietico, detenevano un debito pubblico bassissimo ed avevano un benessere enormemente inferiore all'occidente, che spesso aveva debiti pubblici molto più alti. 

Ancora oggi persiste una situazione simile.

Tale esempio rende l'idea di come il debito è stato funzionale alla crescita economica degli stati. 

Pubblicato su: www.lopinionista.it



lunedì 22 febbraio 2016

Corso di giornalismo a Pescara - Il comunicato stampa.

Corso di giornalismo di base 


Spett.li redazioni

Io e alcuni amici e collaboratori abbiamo deciso di creare un corso di giornalismo di base di 40 ore, dedicato a tutti coloro che vogliano avvicinarsi a questa professione, siano essi studenti o soggetti provenienti da altri ambiti lavorativi. 


-Il corso si svolgerà a Pescara in Via Volta 5, presso la sala conferenze della I.T.A. di fronte all'edificio Fater. Le lezioni dureranno due ore per due sessioni settimanali, per un totale di dieci settimane. 

-La data di inizio sarà il  18 di Aprile.

-Ogni variazione verrà comunicata con largo anticipo ai partecipanti

-Programma del corso: 

tecniche giornalistiche di base, laboratori di scrittura, utilizzo e sviluppo delle fonti, tecniche investigative, utilizzo delle tecnologie, giornalismo sul web, elementi di grafica, giornalismo negli altri paesi, elementi di storia moderna e contemporanea, esempi di cronaca, pianificazione della carriera ed auto-management. 

- Il corso intende differenziarsi da altre iniziative del settore in tre campi di insegnamento: 1 creazione di un metodo autonomo di trattare la notizia 2 valorizzazione della propria figura professionale 3 sviluppo del lato imprenditoriale correlato al lavoro giornalistico.

Intendiamo, quindi, interessarci del futuro dello studente e non solo del suo apprendimento. Questo costituisce una novità unica in campo nazionale per quanto riguarda i corsi di giornalismo.

Note sull'insegnante

Il corso verrà tenuto dal sottoscritto, Andrea Russo

Scrivo da 16 anni, svolgo mansioni di giornalista e addetto stampa. Ho collaborato con diverse testate locali e nazionali.

Negli ultimi anni mi sono specializzato nel settore on-line e ho pubblicato dei report su diversi paesi in cui ho vissuto e viaggiato, tra cui il Regno Unito e gli stati del Baltico. 

Tra le tematiche da me trattate, mi sto dedicando allo smantellamento dei falsi luoghi comuni in tema di economia che vengono proposti in tv e altrove quotidianamente: debito pubblico, inflazione, origini della crisi economica europea.

In merito a queste tematiche economiche è in fase di preparazione un libro, che verrà edito nei prossimi mesi.

Per informazioni: 334 338 43 28
oppure: andrearusso1979@hotmail.it

Cordiali saluti
Andrea Russo

Corso di Giornalismo a Pescara, boom di visitatori

L'unico corso che indica strategie per una carriera di successo


Questo blog ha avuto oltre 400 visite  in 48 ore, dopo che ho pubblicato l'annuncio del corso di giornalismo che terrò a Pescara.

Ricordo agli interessati i termini del corso

Durata: 40 ore

Due lezioni di due ore per ogni settimana

10 settimane di corso in totale.

Inizio: 4 aprile 2016

Costo del corso: 200 euro

I corsi si terranno presso la sala conferenze della International Trade Agency, in Via Alessandro Volta n. 5
Informazioni: andrearusso1979@hotmail.it


Come potete anche leggere nella locandina, ecco il programma: 

tecniche giornalistiche di base, laboratori di scrittura, utilizzo e sviluppo delle fonti, tecniche investigative, utilizzo delle tecnologie, giornalismo sul web, elementi di grafica, giornalismo negli altri paesi, elementi di storia moderna e contemporanea, esempi di cronaca, pianificazione della carriera ed auto-management. 

Il corso intende dare consigli concreti affinchè il futuro giornalista trovi una collocazione degna dal punto di vista lavorativo e sviluppi una strategia valida per una carriera di successo.

Il corso si differenzia dalle altre esperienze simili per la sua connotazione di coaching, ovvero cercherò di fare da allenatore agli allievi affinchè raggiungano il successo. Per questo è importante il lato manageriale e imprenditoriale. Oggi il giornalista deve imparare a farsi conoscere e a fare l'imprenditore, perchè molte chances di successo sono legate alla creazione, con l'ausilio di un gruppo di colleghi, di periodici a distribuzione gratuita che si reggono sulla pubblicità e sui siti web.

sabato 20 febbraio 2016

Corso di giornalismo a Pescara ad Aprile 2016

Durata del corso: 40 ore, 10 settimane.
Costo: euro 200





Per informazioni, contattatemi:

andrearusso1979@hotmail.it


Corso di giornalismo di base: il primo passo verso un mestiere affascinante

Ad Aprile terrò un corso di giornalismo di base a Pescara. Il corso non è sostitutivo del praticantato che abilita all'esercizio della professione, ma sono sicuro che fornirà un bagaglio utile a chi ha il desiderio di avvicinarsi alla carriera nei media.

Ci sono molti spunti che nell'arco di 16 anni di attività ho ampliato e sviluppato. C'è una bella differenza tra il giornalismo inteso idealmente, così come dovrebbe essere e quello che esiste nella vita reale.

Ritengo che i margini di miglioramento siano molti. E' tanta la sciatteria con cui questa professione viene molto spesso praticata. Ciò tuttavia è frutto anche di un mercato troppo squilibrato e di una scarsità di luoghi in cui imparare un approccio alla notizia più maturo. Si dovrebbe fare squadra, riunirsi, vedersi. I colleghi dovrebbero frequentarsi nelle case, nei bar, sulle panchine e mescolare mestiere e vita come facevano gli scrittori un tempo. 

Vorrei fornire il mio piccolo contributo alla formazione di una classe giornalistica più attenta ma anche più smaliziata, che abbia un approccio ai fatti più riflessivo.

L'obiettivo finale del mio corso

è quello di condurre, sia le nuove leve sia chi ha più anni e viene da professioni diverse, verso una attitudine al miglioramento personale. Sarebbe interessante rendere l'allievo cosciente dei propri mezzi e del fatto che può acculturarsi su diversi temi e soprattutto sviluppare un metodo di approccio alle fonti, all'analisi dei fatti, al suo modo di narrare gli eventi. Se proseguirà nella professione, facendone un lavoro vero e proprio o una attività collaterale, avrà modo, riflettendo e facendo esperienza, di affinare le sue tecniche da solo.

Proprio come Socrate si dedicava alla maieutica delle idee e delle verità, è possibile estrarre da chi fa informazione l'amore per la verità e il senso di osservazione dei fenomeni quotidiani.

La sfida

Vi diranno che è difficile guadagnare da questo lavoro e diventare dei professionisti. E' vero, ma la sfida è proprio questa: farsi strada puntando sulla qualità. Ci sono tantissime testate e tantissimi che scrivono per giornali, riviste o lavorano per emittenti radiotelevisive grandi e piccole. Quanti di costoro, però, fanno veramente bene la propria parte?


Lasciateli parlare

Non bisogna essere timidi nel rivelare le proprie attitudini e le proprie ambizioni. Fare giornalismo vuol dire avere le scarpe consumate, verificare i fatti personalmente, chiedere a chiunque può fornire informazioni. E' soprattutto passione. Con essa si può crescere, umanamente e culturalmente senza per forza avere paura di essere sminuiti da chi ha spocchie accademiche.

Noi facciamo informazione e divulgazione. Non dobbiamo scrivere trattati che se va bene verranno letti da 400 persone. Forniamo un servizio che è anche impegno civico. Vogliamo lasciare un risultato tangibile per aiutare la comunità.

La verità sopra tutto

Sopra ogni cosa, però, abbiamo come prima regola la ricerca della verità.

La verità deve essere intesa non come la messa a nudo di situazioni marginali o la rovina del prossimo nella sua legittima privacy, ma la scoperta di informazioni che conducono ad un reale progresso.