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martedì 28 giugno 2016

Ecco chi sono i "vecchi" della Brexit: bufale e inesattezze di questa campagna referendaria


Nella foto: fautori del "Remain" delusi

Negli ultimi giorni, sono giunti anche in Italia gli echi delle bufale circolate riguardo al referendum sulla Brexit.

Del resto, ogni fazione tira l'acqua al suo mulino e spesso distorce i dati in suo favore, oppure usa i sondaggi e i dati che le fanno più comodo per argomentare le proprie tesi.

Boris Johnson e Nigel Farage, per esempio, che sono stati i principali fautori del "Leave", hanno esagerato la cifra che viene data dall'Uk ogni settimana all'Unione Europea. Essa infatti ammonta a 189 milioni di sterline e non a 350. Non si è precisato inoltre che una buona parte di essa torna indietro.

Tra l'altro Farage, a risultato acquisito, si è subito rimangiato la promessa di destinare quei soldi alla sanità pubblica.

I sondaggi non sono dati certi

C'è poi un'altra argomentazione, piuttosto debole, che stanno cavalcando i fautori del "remain" dopo la loro sconfitta.

I giovani, i più colti e i più ricchi avrebbero votato per rimanere in Europa. Loro sì che sanno stare al mondo e avere una visione delle cose globale e cosmopolita.

Quei villani della provincia, che abitano in città medie e piccole, uniti a quelli con una scolarizzazione più bassa, avrebbero invece votato per il Leave.

Peccato che molti di questi sondaggi provengono dalle stesse fonti che avevano dato il "remain" come vincente, a volte anche con un certo scarto.

I giovani sono europeisti ma solo uno su tre è andato a votare 

Peccato, inoltre, che poi, in quella fascia più europeista, che va dai 18 ai 24 anni, sia andato a votare solo il 36%, ovvero poco più di 1\3.

Questo è un dato governativo ed è inoppugnabile, visto che deriva dai votanti. Tutti loro si sono registrati e hanno mostrato i propri documenti nel momento in cui sono entrati nei seggi.

Ripeto allora un motto che ho già usato in altri articoli "britannici".

"Chi è causa del suo mal, pianga sè stesso", o meglio, "Chi è causa del suo Mal, pianga Shel Shapiro", per rimanere legati a quei territori.

Se i sondaggi possono sbagliare , i dati dei seggi elettorali invece sono inoppugnabili

I sondaggi sono condotti su piccoli campioni di popolazione, sono spesso inaffidabili ma raccolgono alcune informazioni sul votante. 

Il voto invece è segreto. Non si può sapere chi ha votato una determinata decisione, conoscendone età, ceto sociale e istruzione.

Si può sapere invece, ad urne chiuse, chi è andato a votare (perchè è stato identificato dalle commissioni nei seggi) ma non collegarlo a cosa ha votato.

E' vero dunque che le province, soprattutto quelle inglesi, hanno scelto in maggioranza il "leave". Questo è un dato misurabile dai risultati del voto.


Tutti hanno gli stessi diritti e la stessa dignità, in Gran Bretagna come altrove

Diamo anche per giusto (in parte, non del tutto) il dato che vuole i fautori del "Leave" meno scolarizzati e più anziani.


Anche qui però ci sarebbe qualcosa da chiarire.

1 La cultura non è data solo dalla scolarizzazione, ma anche da letture fatte in proprio e da esperienze di lavoro e di vita.

2 Se parliamo di cultura, molti di quei giovani tra i 18 e i 24 anni così europeisti non hanno terminato, sia per dati anagrafici, sia per altri motivi, l'università.

3 Chi dice che i meno colti hanno torto e i più istruiti hanno ragione? Ognuno vede le cose secondo il suo punto di vista e i suoi interessi. Ognuno dà il suo voto in base alla realtà che vive. Ricchi e poveri, istruiti e ignoranti, hanno delle diverse esperienze ed esigenze. Non è un dato misurabile qualitativamente. Si tratta di semplici caratteristiche differenti, che hanno pari dignità. 

4 Quelli che erano per il "remain" e che criticano gli "ignoranti" non sono in gran parte quei Laburisti che tanto dicono di battersi per i diritti dei più poveri, dei più deboli e dei meno istruiti?

5 Abbiamo sentito dire in questi giorni questa tiritera: "Londra ormai non ha più affinità con il resto del paese ed è molto più aperta verso il mondo dei bifolchi delle campagne.

Difatti, ha eletto come sindaco, una manciata di giorni fa Sadiq Khan, un laburista di origine pachistana".

Eppure... non era forse proprio Londra la città che ha voluto come primo cittadino  Boris Johnson? Lo ha eletto per ben due volte, nel 2008 e nel 2012, facendosi guidare da lui per otto anni. 

E guarda un po', Boris Johnson è stato il primo fautore della campagna del "leave". Prima era il campione di una Londra multietnica, ricca e culturalmente viva. Ora viene bollato come fanfarone, ignorante, xenofobo e razzista...

sabato 25 giugno 2016

Il Regno Unito dopo la Brexit: cosa cambierà?


Ecco le novità all'orizzonte dopo il referendum: nuovi rapporti commerciali, qualche barriera in più ma anche più libertà



Come ormai ben sappiamo tutti, la Gran Bretagna, grazie ad un referendum consultivo, ha deciso di abbandonare l'Unione Europea, sia pure con uno scarto minimo di voti. 

Hanno pesato la forte immigrazione, la fallimentare esperienza della politica economica e monetaria continentale e la sfiducia verso la controparte tedesca che sta soggiogando i partners comunitari. 

E' bizzarro sottolineare che il dimissionario presidente David Cameron aveva indetto il referendum solo per sconfiggere l'area più oltranzista del proprio partito (i conservatori) e per ridurre il consenso del partito avversario di Nigel Farage, l' Ukip. 

Dopo aver negoziato condizioni vantaggiose e privilegiate per non lasciare la confederazione degli stati europei, l'ex inquilino di Downing Street ha indetto la consultazione, spingendo i sudditi della regina Elisabetta a lasciare le cose così come sono. 

Con sua sorpresa, però, "gli è esploso il petardo in mano", nello scottante gioco della democrazia. Se ne può trarre una massima che sembra un proverbio cinese: "Se non vuoi fare una cosa, non farla".

La propaganda della paura 

Quando le classi dirigenti vogliono scoraggiare determinati atteggiamenti, spesso ricorrono alla strategia della paura: "Se fai questo, le più gravi disgrazie ti colpiranno". 

La storia della cultura occidentale è piena di leggende che incutono timore nel superare determinati limiti. Si pensi ad esempio alla mela di Adamo ed Eva che costò la perdita del Paradiso Terrestre, oppure alle grandi paure e fantasie sulle Colonne d'Ercole presso lo Stretto di Gibilterra, oltre le quali finiva il mondo conosciuto.

Anche la storia (quella reale) ci insegna qualcosa. Negli anni della DDR il regime comunista dipingeva il proprio paese come il paradiso del socialismo, da cui era quasi sempre vietato uscire perchè oltre il confine ad ovest c'era la barbarie del capitalismo. 

Proprio come i gerarchi della Germania Est, i vertici europei utilizzano oggi strategie di dissuasione, con la complicità di una stampa spesso troppo servile o troppo miope; 

abbiamo constatato inoltre che essi non si limitano solo a questo, ma producono ingerenze nella vita democratica dei singoli paesi. Ne sono lampanti esempi i governi Monti e Papademos in Italia e in Grecia; 

si può fare cenno, inoltre, alla lettera dell'ex presidente della Bce Jean Claude Trichet che, nel 2011, intimò ad un governo italiano legittimato dal suo popolo tramite le elezioni parlamentari, di procedere con tagli al welfare e tasse. 

Non è dato sapere quale diritto avesse la Bce, che è (in ultima istanza) di proprietà delle banche private e rivendica un ruolo non governativo, di dire al nostro paese cosa fare. 

Economisti e finanzieri in disaccordo 

Nemmeno il comunista Honecker, nonostante le premesse fin qui enunciate, si avventurò a predire disgrazie, a chi scappava oltre il confine, come quelle rivolte di recente ai britannici: 

"La Brexit scatenerà un disastro, che porterà ad un crollo della sterlina e ad un alto tasso di disoccupazione", ha detto per esempio il finanziere George Soros. 

Altri, come il banchiere Italiano Ennio Doris e l'economista Alberto Bagnai, la vedono diversamente: 

"L'uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea non sarà un disastro per nessuno e porterà delle opportunità anche per l'Italia", 

ha affermato il primo; Anche il docente universitario sembra ottimista: 

"Un leggero calo della sterlina avvantaggerà le esportazioni da quei territori, visto che nel Regno Unito ci sono molte industrie manifatturiere, al contrario di quanto qualcuno dice. Inoltre, le continue crisi dell'eurozona hanno già spinto e spingeranno gli investitori ad investire nella sterlina come bene-rifugio. Questo processo ne farà risalire le quotazioni" 

I moniti delle istituzioni 

A pochi giorni dal voto sono invece giunti degli avvertimenti dagli ambienti istituzionali. Il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble si è così espresso: 

"La Gran Bretagna non potrà accedere ad accordi speciali di scambio come la Norvegia". Il presidente dell'Unione Europea Jean Claude Juncker, invece, ha avvertito: "Fuori significa fuori. Non negozieremo di nuovo con la Gran Bretagna". 

Analizziamo queste due dichiarazioni. 

La prima proviene da un membro di un governo nazionale, ovvero la Germania, che è solo uno dei 28 stati Europei (ormai ridotti a 27). 

Egli può ovviamente dire la sua, ma non può lanciare moniti nè tantomeno decidere da solo quali saranno le misure che prenderà l'Unione Europea. 

Il secondo monito di Juncker invece non ha senso. Cosa vuol dire infatti: 

"Non faremo ulteriori negoziati con la Gran Bretagna?" 

Certo che li farà, come li vorranno fare tutti gli stati membri dell'Unione. I media hanno discusso, spesso emotivamente, su queste parole. Cosa c'è da aspettarsi dunque: 

1 Sedi diplomatiche chiuse da una parte e dall'altra? 

2 Migliaia di aziende che producono scambi da e verso la Gran Bretagna che restano ferme, con i dipendenti a braccia incrociate? 

3 Voli cancellati, traghetti fermi nei porti e Canale della Manica murato? 

4 Passaporti e visti non più rilasciati e accettati? 

Queste paure, che si sono materializzate insieme ad altre centinaia di interrogativi tra i britannici in questi giorni, sono però pura irrazionalità. 

Cosa succederà dunque, nei prossimi mesi e anni? 

Cambiamenti nella circolazione di persone e beni 

E' ragionevole pensare che niente di catastrofico avverrà.

Innanzitutto bisogna verificare se la volontà popolare sarà rispettata, visto che formalmente il referendum non è vincolante.

Non sarebbe la prima volta che un referendum sull'Europa promulgato in uno stato membro viene disatteso. 

Se invece ormai "Il dado è tratto", è previsto un periodo indicativo di due anni per una uscita graduale del Regno Unito dall'Unione.

Per quanto riguarda i rapporti di scambio commerciale e la circolazione delle persone tutto rientrerà nella norma. Si riformuleranno le modalità con cui fare business e chi viaggia farà il passaporto come succedeva qualche decennio fa. 

Nessuno è morto per questo. 

E' più probabile però che si raggiungerà un accordo simile a quello di Schengen, in cui basterà la carta d'identità. Nessuno ci vieta inoltre di stringere accordi con l'Uk per scambi culturali, Erasmus e progetti di studio le cui condizioni potrebbero rimanere invariate.

Sull'immigrazione dai paesi UE verso la Gran Bretagna, sarà discrezione dei prossimi governi decidere se restringere le possibilità di lavoro per chi aspira a viverci. 

Teniamo inoltre presente che una riorganizzazione ci sarà anche per gli altri paesi UE che ospitano cittadini britannici. 

Cambiamenti politici in Uk 

Se da un lato la Gran Bretagna potrà avere mano libera, come è giusto che sia, nella gestione della propria politica economica, senza più i vincoli di austerity che la Ue avrebbe potuto prospettarle in futuro, essa dovrà far fronte alle istanze separatiste di Irlanda del Nord e Scozia, dove è probabile che vi siano nuovi referendum indipendentisti. 

Questi due stati, infatti, sono convintamente filo-europei e sono molto insoddisfatti per il risultato del referendum. Tale scenario però non intaccherebbe troppo il benessere delle parti in causa. 

Londra finanzia ampiamente questi stati, ricevendo anche qualcosa in cambio (come gli idrocarburi scozzesi). Alla fine della fiera, sarebbe "pari e patta". 

Politicamente però una Inghilterra senza Regno Unito sarebbe un po' sminuita nel suo peso politico 

Cambiamenti politici in Ue 

L'Europa, così come è strutturata, è destinata ad autodistruggersi. 

I partiti anti-europei stanno crescendo sempre più e in vari stati si fanno strada nuove proposte di referendum per l'abbandono di questo progetto. 

Il Brexit è stato un fattore deflagrante che avrà sicuramente effetti sugli altri paesi UE. 

Conclusioni 

Forse è vero che la Gran Bretagna avrà qualche danno dal suo isolamento. In un mercato comune senza frontiere e senza dazi le merci circolano più rapidamente e gli affari vengono facilitati, anche dal punto di vista dell'alta finanza. 

Teniamo presente però che i paesi UE esportano più di quanto importano, nella bilancia commerciale con il Regno Unito. Ciò vuol dire che se ci fossero dazi da una parte e dall'altra, gli stati dell'Unione ci perderebbero maggiormente. 

In terra d'Albione e dintorni, infatti, si inizierebbe a fare acquisti altrove. 

I britannici (e gli inglesi in particolare) hanno compiuto una grande impresa, che denota coraggio: si sono resi indipendenti da una confederazione di stati sostanzialmente diretta da Berlino ed hanno assestato anche un colpo alla finanza che li voleva ingabbiati in quel contesto. 

Uno stato indipendente è, alla lunga, uno stato più prospero. Scozia e Irlanda del Nord si potrebbero staccare. 

I loro processi separatisti, però, sono latenti da molto tempo e prima o poi avverranno comunque. La storia è fatta di rimescolamenti dei confini, di separazioni e talvolta di riunificazioni. 

Meglio una Inghilterra senza Scozia e Ulster, comunque, che un Regno Unito alle dipendenze di frau Merkel. 

Andrea Russo