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giovedì 16 giugno 2016

Intervista a Maurizio Minestroni, in arte Mines

Storia di un artista "contro": l'ironia, il rifiuto di adeguarsi alle masse, la provincia, Parigi, il Minestudio, l'anti-pop

Maurizio Minestroni, in arte Mines, è nato nel 1966 a Recanati. Formatosi come autodidatta, ha sempre perseguito coerentemente un determinato stile di vita da artista fedele alle sue idee.

Non si è inebriato per le sirene dei media quando una sua canzone, "Per diventare gay", fu trasmessa ripetutamente da "Viva Radio Due" di Fiorello e Baldini.

Si è cimentato in recitals come "Il Divertimento Cosmico", in cui c'è un brano che ricorda nel tema, sia pur con contenuti personalizzati, "Space Oddity" di David Bowie. Si tratta di "Incontro col Maggiore Tom". 

Quest'ultimo, insieme ad altre tracce come "Ex" ed "Eva e il Serpente", raggiunge una dimensione più eterea, tuffandosi in contrasti e pulsioni interiori, rispetto ad altri.

Eppure anche queste tracce hanno un filo che le lega a brani melodicamente più orecchiabili 

Se infatti in "Tutto è volgare" o "Disintossicami" (solo per citarne un paio) la critica, seppur vasta, si concentra sulla varietà umana, 

il serrato confronto tra  Eva e il serpente e le gesta degli astronauti 

spingono verso considerazioni sul cosmo e sulla divinità.

Trattano inoltre la condizione umana, esplorando ciò che può sfuggirle o trascenderla.



Nelle centinaia di canzoni di Mines c'è molto altro e potremmo dilungarci sul periodo di "Les Antipop" o delle altre collaborazioni con vari musicisti e attori.

L'artista non teme di scandalizzare, inoltre, quando si spinge a riferimenti espliciti al sesso, dileggiando il perbenismo di provincia e i suoi tabù (Cosa facciamo Annalisa, Pipper Pan, Second Life, Il Depravato et cetera)

Abbiamo avuto l'opportunità di rivolgergli alcune domande via email e ne è venuta fuori una intervista molto interessante.

Raccontaci qualcosa della tua infanzia ed adolescenza tra le belle colline di Recanati e delle Marche. 

Da bambino (erano gli anni '70) non andavo a giocare volentieri a pallone o con i fucili a gommini assieme agli altri bambini. Passavo delle ore nel corridoio di casa di mia nonna a suonare perché nei palazzi antichi c'è un riverbero naturale molto bello. Non avevo strumenti ma cantavo e sbattevo le mani su un tavolino di legno (mano destra: pugno per suono cassa - mano sinistra aperta per suono rullante). 



In quelle ore favolose immaginavo di essere uno dei miei idoli (Lennon o McCartney, di cui conoscevo tutti le canzoni a memoria). Oppure andavo in camera di mia nonna Adalgisa dove c'era un pianoforte antico molto scordato; avevo individuato i tasti meno danneggiati (i diesis) e potevo suonare solo quelli: avevo infatti imparato gli accordi... tutti sbagliati. 

Quando uscivo passavo tante ore dentro all'unico negozio di dischi del paese a sfogliare uno ad uno i vinili in esposizione, immaginandone il suono solo dalla copertina, nel 1973 non c'era internet; per ascoltare un LP dovevi comprarlo o chiedere al negoziante di metterlo sul piatto. Poi tornavo a casa e chiedevo ogni giorno 5000 lire a mio padre per comprare il disco, mio padre non me la dava ogni giorno ma ogni mese... allora tentavo di registrare le musicassette dalla radio. La radio però non mandava mai i Beatles ma Rita Pavone. 

C'era un juke box nella piazza del paese dove potevo ascoltare l'unica canzone decente: "Aqualong" dei Jethro Tull. Mentre la ascoltavo già pensavo "non mi piace molto ma mi devo accontentare. qua non c'è niente. me ne dovrei andare da questo posto di merda". 

E iniziavo a farmi domande del tipo: "Come posso continuare a vivere qua, tra questi contadini? "..avevo 7-8 anni. Sono domande che ho poi continuato a farmi durante l'adolescenza e fino a che non me ne sono andato. 


Oggi, dopo aver girato in lungo e in largo, avendo capito che la provincia non è Recanati (o le Marche) ma l'Italia intera, mi sono rassegnato. E così sono tornato a vivere quasi stabilmente nella mia collinetta. Sognando non più un luogo diverso, ma un mondo diverso. 


Che rapporto hai con la tua città e il tuo territorio? 

Ora decisamente di distacco. Mi sentirei meglio in una grande città. Ho poco in comune con il carattere dei marchigiani che sono tendenzialmente introversi, nebulosi, mesti, indolenti, riservati.... provinciali che amano le canne, le sagre, le maldicenze, le bestemmie e (come tutti i bigotti) il sesso fatto di nascosto. La mia non è una posa ma è una condizione reale quella di essere caratterialmente diverso da loro. Io sono un lib(e)ro aperto, loro dei ciauscoli (insaccati) chiusi. Da questi opposti ne è conseguito, inizialmente un rapporto di odio/amore risoltosi poi, oggi, dopo varie fallimentari scopate, nella sopportazione reciproca. 

Come è nata la tua passione per la musica? 

Spontaneamente. Non ho mai studiato musica alle scuole. Sto per dire una grande banalità: "la musica è qualcosa che hai dentro". Ok, l'ho detta. 

Ho letto da qualche parte che hai suonato anche all'estero. Dove esattamente? Com'è la scena musicale fuori dell'Italia? 

Negli anni '90 frequentavo i cantautori, a Parigi in quell'epoca (succedeva anche in Italia) i piccoli locali ci permettevano di suonare per intrattenere la clientela; io proponevo (oltre alle mie canzoni) brani di Conte, Battiato... con qualche altro classico rivisitato della canzone d'autore italiana, e la canzone francese (il mio adorato Gainsbourg in particolare). 

Andavo a suonare da solo, con il mio impiantino, una chitarra, una tastiera e una fisarmonica, in cambio di qualche franco. Suonando però tutte le sere al "Saint Jean" e al "Front Page" riuscivo a guadagnare abbastanza per potermi mantenere in quella città. Tuttavia tornavo a casa sempre sbronzo e dormivo di giorno, un tipo di vita che si può fare per solo per un determinato periodo...(anche se io l'ho fatta fino a 40 anni). 

La scena musicale francese, malgrado esistessero già all'epoca forti contaminazioni multiculturali, non era troppo differente da quella italiana; il pop stereotipato in classifica, in tv, in vendita; tutto il resto relegato ai margini. Esisteva però un variegato pubblico attento e curioso, che apprezzava la musica dal vivo; un fenomeno che per varie ragioni oggi non esiste quasi più, né in Italia né all'estero. 



Ai tempi d'oggi, in cui l'economia è in calo e in cui la musica gratuita su internet ha decretato un forte ridimensionamento della discografia, come ti sei fatto strada? Dev'essere stato molto faticoso. So che hai anche uno studio di registrazione personale. 

Già molti anni fa, visto che non ricavavo nulla dalla produzione delle mie canzoni, (ed essendo stufo di suonare nei locali musiche dal vivo su richiesta per mantenermi), mi sono fatto strada...cambiando strada. Ma invece di mettermi a fare un mestiere diverso dalla musica, ho iniziato ad investire nel mio home recording per farlo diventare uno studio professionale. 

Dopo alcuni anni di rodaggio ho raggiunto dei buoni risultati che hanno convinto diversi musicisti locali a venire a registrare da me. Successivamente ho iniziato ad occuparmi di altri lavori in studio (dai corsi di lingua alle canzoni per bambini, dagli audiolibri agli spot pubblicitari). Fino ad affrontare (finalmente) produzioni musicali più interessanti e complesse nelle vesti di produttore/arrangiatore. 

A 49 anni, avendo maturato una certa esperienza anche in questo ruolo, posso ritenermi molto soddisfatto di aver potuto collaborare sia con artisti di spessore che con giovani emergenti, per la realizzazione di nuovi progetti musicali, originali e di qualità. 


Stare in studio di registrazione a stretto contatto con i musicisti (quella lunga fase che presuppone notti in bianco alla ricerca del riff giusto, della take giusta, del suono giusto, del mix giusto...fino ad arrivare ad un risultato finale soddisfacente), è l'esperienza che mi affascina oggi più di ogni altra cosa nella musica. 

La nota dolente è che questi "prodotti" finiti, frutto dell'ingegno e del lavoro di tante persone, difficilmente poi trovano una collocazione di mercato quando un mercato... non esiste più. 

Mi duole dover rispondere a chi mi chiede con entusiasmo che cosa farne dopo, della sua bella registrazione: di metterla su web per cercare visibilità in cambio di nulla. 

Ti do un numero di righe infinito per dire peste e corna di chi vuoi, sia riguardo a qualsiasi argomento, sia riguardo all'industria musicale italiana e straniera, che non sembrano particolarmente illuminate. 

Ti ringrazio molto per questa chance ma è meglio di no guarda....mi ci vorrebbero 3000 pagine! Risulterei anche molto pesante e non vorrei dunque....possiamo passare alla prossima domanda? 

Sto cercando di stuzzicare la tua anima nera, allora rincaro la dose: nelle tue canzoni c'è spesso una divertente misantropia "Forse è la farsa del sociale"... "Voglio stare solo chiuso in casa ad aspettare, che il popolo ritorni a lavorare"... "Mi hanno dato un lavoro l'ho trovato volgare, poi ho provato col sesso, l'ho trovato volgare..(..) e la televisione è volgare, è volgare, la partita a pallone è volgare è volgare, io la popolazione la trovo volgare.... 



La mia è una canzone di protesta, ma non di protesta popolare intesa nel senso tradizionale del termine (stile cantautori anni '70), bensì di protesta ANTI-popolare. Non a caso il mio ultimo album si chiama POP ANTI POP. Non me la prendo mai con le istituzioni ma con il popolo stesso, quello italiano, che passivamente le subisce. 

Con l'italiano medio, la donna mediocre e i suoi luoghi comuni. I miei testi, al contrario di quelli delle canzoni pop che trovano largo consenso in quanto fanno leva su sentimenti popolari, non abbracciano il popolo ma ne prendono le distanze. 

Nelle tue canzoni viene sondato abbastanza massicciamente il rapporto uomo-donna. Si ci incontra, si ci scontra, ma poi torniamo a cercare la lei che ci completi... 

Ricollegandomi al discorso precedente: io non scriverei, né canterei mai una canzone d'amore, alla Biagio Antonacci per fare un esempio. Preferisco cantare: "Fammi una sega, Annalisa", lo trovo molto più romantico! 

Viviamo in un paese molto ipocrita in cui la menzogna, anche nel rapporto uomo-donna, è sempre presente. Ecco, io costantemente mi ribello a questa ipocrisia. 

Non sei più un ragazzo, ma, esteticamente, lo sembri. Forse è perchè non ti sei sposato? 

Come disse qualcuno...(ma non ricordo bene chi): "Perché rovinare questi bei momenti con un matrimonio?". Nessuno di noi è nato per essere monogamo né per seguire la volontà di nessun Dio. Ma quella di rovinarsi la vita da soli è una scelta personale! 

E quando non è neppure una scelta, ma un'accettazione passiva dei meccanismi imposti dalla propria società, cultura, religione, è ancora peggio! Il matrimonio è uno squallido contratto che nulla c'entra con l'amore....addirittura in molti casi è l'anticamera dell'odio. Personalmente mai sposerei nessuna delle mie adorate amiche in quanto le amo tutte! 



Com'è nata la tua amicizia con il giornalista e romanziere noir Andrea Pinketts? 

Io e Andrea, accomunati dall'amore per le bionde (medie), per le ore piccole, per le parole giuste, per l'ironia misurata, per l'egocentrismo smisurato e per tanti altri importantissimi (ma indicibili) difetti, ci siamo conosciuti nell'estate 2000 a Sanremo in occasione di un talk-show che celebrava i 50 anni dalla morte di Fred Buscaglione. 

Lui nelle vesti di Pinketts ed io in quelle dell'anonimo turnista che con la sua swing band allietava il pubblico con la musica di Fred.

Prima dell'evento, durante i preparativi della serata iniziati verso le 15, Andrea, Pogo il dritto ed io ci siamo intrattenuti al bar della villa per una impressionante maratona alcolica, che mi ha proiettato direttamente dalla triste realtà a quella (fantastica) di uno dei suoi romanzi. 

Avendo potuto scoprire di persona che le storie assurde e rocambolesche scritte da quest'uomo non sono unicamente frutto della sua fantasia, ma vissute realmente, sono rimasto terribilmente colpito. 

Alla sera ci siamo ritrovati, non esattamente sobri, in questa trasmissione RAI condotta da Dario Salvatori, con un pubblico di un migliaio di ottantenni fans di Buscaglione. 

Sul palco è successo di tutto.... è stata una serata indimenticabile che ha decretato una censura della Rai e una profonda amicizia tra me e Andrea. 


Chi ti piace, tra gli artisti emersi negli ultimi cinque anni? 

Emersi? Non vedo nessuno.... dove devo guardare? Ho forse perso la vista... 

Cosa consigli ai giovani musicisti che vorrebbero fare della musica il proprio lavoro? 

In Italia? Dipende: se sono dei giovani musicisti a cui piace suonare ai concorsi, alle sagre, ai matrimoni, alle feste della birra, del patrono, del primo Maggio e dell'ultimo dell'anno, consiglio di imparare un repertorio di cover facili e brutte, che tutti conoscano.

E di sorridere sempre mentre le suonano. In tutti gli altri casi......di emigrare immediatamente!

Andrea Russo



giovedì 28 aprile 2016

Intervista al fantastico Pirate Joe, alias Rio Santana, alias Joseph Green: "The funniest guy in Norwich"

Vi propongo oggi una gradevole intervista ad un personaggio genuino, che ho conosciuto casualmente a Norwich. Stavo mangiando un kebab e si sedette vicino a me, in attesa del suo panino, questo ragazzone alto quasi un metro e novanta. Aveva (ed ha) barba e capelli lunghi. Era vestito con un gilet e delle magliette l'una sopra l'altra, cinto di collane e bracciali. Insomma un vero pirata, pronto per un palco musicale o teatrale.

Gli chiesi: "Sei un artista?"

E lui: "Perchè, si vede?"

Mi consigliò di cercare la sua musica su internet. "Potresti rimanere sorpreso", disse.

Quando andò via il negoziante turco mi disse: "Lo conosco quel ragazzo, è una bravissima persona, viene spesso qui".

In effetti vi posso confermare che Pirate Joe è un ragazzo col sole in fronte, allegro e disponibile ogni volta che lo incontri.

Per quanto riguarda la musica, andai poi su youtube a cercare i suoi video. La prima cosa che dissi fu: "Azz!". La seconda cosa che mi venne da fare fu mettermi a saltare , da seduto, sulla mia poltroncina.

Joseph è un artista di livello sicuramente professionale ed è un piacere per me presentarvelo. 



Come ti chiami esattamente? Come hai iniziato a suonare e come sono nati i nomi di Rio Santana e Pirate Joe? 

Il mio nome completo è Joseph Rio Santana Green. Il nome Pirate Joe è venuto molto dopo Rio Santana a dire il vero. E' una storia divertente. Quando avevo 17-18 anni mia madre (che è una artista) ebbe l'incarico di fare tutti i cartelli segnaletici per un festival nello Yorkshire. Lei dunque già stava andando lì e mi sono detto: forse potrei lavorarci anche io! 

Non avevo suonato molti concerti all'epoca e non avevo un repertorio. Non avevo idea di quello che stavo per fare (e questo è sempre il metodo migliore). 

E' finita con me che andavo in giro vestito nei modi più strani suonando con la chitarra a tutto e a tutti. Da lì iniziai poi a suonare in una piccola tenda-bar dove si fumava dai narghilè e si beveva tè. 

Lì usai il mio nome di Rio Santana. Per farla breve ho iniziato a girare per i festival inglesi con loro e ho visto che su facebook mi avevano fatto una pagina chiamandomi "Il pirata". Da lì mi sono chiamato Pirate Joe.. tada! 

Ho fatto molta esperienza quando ero in una tendopoli chiamata "Poplar Farm" (Fattoria del Pioppo, ndr), vicino alla spiaggia di Waxham. Lì ci si raccontava storie, si suonava e si beveva attorno al fuoco in allegria. Una bella esperienza. Ho iniziato lì ad usare l'acustica per scrivere canzoni adatte per essere suonate attorno ad un falò. 



Dicci qualcosa della tua infanzia e della tua adolescenza, se ti va

Sono cresciuto in un complesso di case comunali chiamato Lakenham a Norwich, solo con mia madre fino a 7 anni, quando è nato mio fratello. La vita era abbastanza dura in quei tempi, per uno piccolo come me. 

Tuttavia la mia infanzia non fu assolutamente tra quelle più difficili. Mia madre ha fatto di tutto per farmi crescere con una mentalità aperta e per farmi trovare ogni strada aperta. Tristemente, penso che sia una storia molto comune a tante altre famiglie. 

Da bambino ero un po' irrequieto e sfacciato, di quelli che però piacciono alla gente. Sono rimasto un po' così crescendo. Poi ho scoperto qualcosa di più su mio padre e sono venuto a conoscenza delle mie origini spagnole 

Quali sono i migliori insegnamenti che ti ha dato tua madre? 

Penso che la migliore lezione avuta da mia madre non è tanto quello che mi ha detto ma piuttosto il modo in cui mi ha cresciuto. Sono venuto su in un mondo colorato, fatto di artisti e di musica, sperimentando tutti i tipi di cibo (soprattutto quello spagnolo). Sono stati bei tempi, potevamo andare ovunque ma si stava bene lo stesso. 

Ho visto su youtube un tuo video di "Goin'outside", in cui facevi tutto: suonavi la chitarra, cantavi, facevi il ritmo battendo mani e piedi e facendo rumori con la bocca. Inoltre avevi un campionatore a pedali che ripeteva la base musicale da te creata. Secondo la mia impressione, ci sono delle influenze reggae, blues e country. Quali sono i tuoi artisti preferiti? 

Ho ascoltato molta musica: balcanica, indiana... per un certo periodo mi sono dedicato al flamenco, dal quale ho imparato un sacco di tecniche per la chitarra. Ho imparato tante cose anche da singoli artisti. Mi piacciono i Dub Fx, Manu Chao, Gogol Bordello, Tom Waits, The Tiger Lillies, Rory McLeod. 

Poi ci sono stati parecchi artisti locali che ho incontrato nei miei viaggi, con cui ho suonato e che mi hanno ispirato e influenzato in qualche modo. Tra questi ci sono Sam Green and The Midnight Heist, Tobias Ben Jacobs, Slightly Offensive Steve, Dumbfoundus, Jimmy Moore. Mi piacciono molto il cabaret e il Burlesque. Mi piace tutto ciò che mi può spiazzare e sorprendere. Provate e riprovate a scioccarmi! 

Come nascono le tue canzoni? Cosa ti ispira? 

Ho molta esperienza come scrittore (se mi si può chiamare scrittore). Difficilmente le mie canzoni nascono dai testi. Inizio a suonare, improvviso, poi man mano sviluppo le idee. Le mie canzoni nascono dalle mie esperienze personali e dai miei viaggi. 

Dove vivi in questo periodo? Cosa ti piace e cosa cambieresti della tua città? 

Mi sono stabilito a Norwich per il momento. E' la mia città, mi piace tutto qui. Se qualcosa non mi andasse a genio e volessi cambiarla me ne andrei. A Norwich c'è una bella scena musicale: gli artisti di strada sono tutti amichevoli. 

Ci conosciamo tutti. Preferisco esibirmi in strade piccole e poco affollate, dove la gente si può sentire più a suo agio, venire a fare due chiacchiere in una atmosfera di intimità. 

So che viaggi parecchio, suonando. Sei mai stato all'estero? 

Ho fatto molti viaggi ma non ho mai suonato all'estero. Mi piacerebbe, naturalmente. 

Su che progetti stai lavorando? 

I miei progetti principali in questo momento sono: continuare a suonare facendo tutto da me, provare a farmi conoscere sui social media e vedere come funziona. Poi mi piacerebbe continuare a fare concerti... a raffica!

Cosa suggeriresti ai giovani musicisti che vorrebbero fare della musica la fonte principale di sostentamento?

Se dovessi dare un consiglio ai giovani musicisti gli direi di essere aperti verso gli altri, ascoltando le loro storie. Nulla mi ispira di più che ascoltare le storie altrui. Per quanto riguarda il diventare musicista a tempo pieno... sto cercando di capire come si fa anche io! 

Sono sicuro che hai dei sogni. Quali sono? 

Mi piacerebbe fare un concerto con i gruppi che ti ho citato prima, oppure farci un tour. Sarebbe fantastico! Mi piacerebbe anche essere ospite del programma "Più tardi... con Jools Holland". 

Grazie Joseph, ci vediamo presto a Norwich!

Grazie a te, Andrea, un saluto a tutti i lettori de "L'Opinionista.it" e del tuo blog.



sabato 31 gennaio 2009

Mike Francis e Mino Reitano, la musica italiana perde due punti di riferimento




In alto: Mike Francis a sinistra, a destra Mino Reitano
Due morti premature, di due artisti che ancora avevano tanto da dare alla musica.
Mino Reitano era sulla scena da più di 40 anni, era l'incarnazione del "ragazzo di calabria che con la valigia da emigrante aveva tentato il successo presso le case discografiche e lo aveva ottenuto.
"Era spontaneo e sincero come un bambino" dicono alcuni suoi amici.
Aveva suonato con i Beatles, tra le tante cose fatte nella lunga carriera. Ancora due giorni fa però, qualcuno ironizzava su questo mentre ne scriveva il necrologio. Ma Mino ci aveva suonato per davvero con i quattro ragazzi di Liverpool, e lo diceva con una sincerità entusiasta che smontava qualsiasi sospetto di pomposità. Un po' preso in giro negli ultimi anni perchè poco alla moda in Italia, all'estero conserva, ancora adesso che è scomparso, una grande popolarità.
Mike Francis, biondo, nome d'arte americano, all'anagrafe era un italianissimo Francesco Puccioni.
Era una sorta di meteora della musica internazionale. Nel 1983 con la bellissima "Survivor", una delicata melodia dance, si era imposto all'attenzione del grande pubblico.Nel 1984 balzò in vetta alle classifiche internazionali con un brano scritto per Amii Stewart, "Friends".
Dimenticato lentamente, ma costantemente negli anni successivi, ha comunque continuato a fare buona musica fino ad oggi. E' scomparso prematuramente ieri, il 30 Gennaio a soli 47 anni per un cancro ai polmoni, ovvero la stessa malattia letale che è toccata al 64enne Reitano, spirato il 27 nell'affetto dell'Italia mediatica.



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giovedì 15 gennaio 2009

I Gipsy Fint, una ventata di allegria


Vi confesso che mi fanno ridere fino alle lacrime.
Li ho scoperti, come molti, nelle loro comparsate su Mediaset, al Tg delle vacanze, a Striscia la Notizia e a Buona Domenica.

I Gipsy Fint sono un gruppo musicale e comico napoletano, e vanno in scena vestiti da messicani.
I loro testi sono arguti ed esilaranti.
La qualità dei loro arrangiamenti è anch'essa di buon livello.
Sono senz'altro un gruppo che da allegria, adatti all'ascolto quando si è giù di umore o ci si vuole distrarre.

Sul loro sito :
http://www.gipsyfint.it/ si possono ascoltare tutte le loro canzoni interamente e gratuitamente.
Solo a titolo di esempio, ve ne posso citare qualcuna: papparì papparà con il suo scioglilingua " e cantamme p'apparì e apparimme p'apparà" (apparare vuol dire stare al pari, allinearsi, mettersi in pari).

Accattivante è chattame, in cui il protagonista ha un computer così intelligente che sa anche gli orari del tram, la scheda madre non la trovi perchè accompagna i bambini a scuola, e "se s'accorge che tu turn'acasa ti viene incontro e ti dice -Trase- (entra!).

Tutti i pezzi mescolano una lamentevolezza tipicamente napoletana sulla mancanza dei soldi e su condizioni di vita precarie, e una travolgente allegria che mette in burletta questi argomenti tristi.
Da ascoltare.