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domenica 30 giugno 2013

Montesano frate

giovedì 27 giugno 2013

Zeropositivo

Gruppo sottovalutato e dimenticato troppo presto, viene spesso confuso con gli Zero Assoluto.




lunedì 24 giugno 2013

Eppur si qualifica

C'è sempre, in ogni competizione in cui partecipa la Nazionale, un buon numero di insoddisfatti. Spesso le critiche sono giustificate. Eppure...

Gli azzurri si sono qualificati alle semifinali di Confederations cup, battendo 2 a 1 il Messico, 4 a 3 il Giappone. La terza gara col Brasile, l'altroieri,  decideva solo chi sarebbe stata la prima del girone, essendo entrambe le squadre già qualificate. L'abbiamo persa 4 a 2, con notevoli papere di Buffon, tra l'altro.

E' venuta giù una pioggia di critiche: abbiamo preso 8 goals in tre partite! Difesa colabrodo! Buffon và in pensione!

Al di là dei toni qualche critica è giusta, ma ci dimentichiamo ormai che sempre, salvo rare eccezioni, negli ultimi decenni, L'Italia ha zoppicato, ma molto spesso è andata avanti, arrivando in finale e talvolta vincendo i tornei.

Nel 1982 partimmo male, poi però alzammo la coppa, superando un Brasile fortissimo (con Zico, Socrates e Falcao in squadra), e la Germania.

Nel 1998 abbiamo rischiato di uscire contro una modesta Nigeria. Baggio, con enorme freddezza, piazzò un pallone rasoterra in un angolo della porta e poi realizzò il 2 a 1 ai supplementari su rigore. 
Arrivammo in finale e perdemmo ai rigori col Brasile.

Nel 2006 vincemmo contro l'Australia ai supplementari, grazie a un rigore inesistente. Eppure vincemmo la Coppa del Mondo subendo solo due reti in tutto il torneo: un'autorete  nella seconda partita, se non erro, e un rigore fasullo trasformato da Zidane (contatto fortuito tra Materazzi e un avversario).



Facciamo poi  un resoconto degli ultmi anni.


2000: arriviamo in finale con la Francia,  e siamo in vantaggio fino al termine della gara. I Francesi  pareggiano nei minuti finali e poi ci sorpassano ai supplementari con la regola del golden goal.

2002: siamo eliminati dalla Corea grazie ad una conduzione spregevole di tale arbitro ecuadoregno Byron Moreno.

2004: usciamo dagli europei dopo due pareggi e una vittoria.

2006: Campioni del Mondo.

2008: siamo eliminati agli Europei dalla Spagna ai rigori ai quarti di finale, dopo 120 minuti  in parità. Gli Iberici sono i più forti e vinceranno il torneo.

2010: usciamo dal Mondiale in malo modo

2012: arriviamo alla finale degli europei togliendoci la soddisfazione di battere Germania ed Inghilterra, ma perdendo in finale 4 a 0 contro una Spagna stratosferica.

In conclusione: gli italiani si sono sempre lamentati, ma abbiamo vinto 4 mondiali (uno in più della Germania e uno in meno del Brasile) e un europeo.

Forse è proprio questa ipercriticità a fare da sprone ai nostri giocatori, che sembra giochino male ma poi spesso vincono.








domenica 23 giugno 2013

Lettera aperta al professor Alberto Bagnai

Lettera aperta al prof. Bagnai dell'Università D'Annunzio, il quale ha un blog in cui insegna l'economia e gli utenti possono interagire con lui. Peccato che poi li insulti gratuitamente. 

Egregio professore 

Evidentemente nelle facoltà di economia si apprende la materia, ma non si insegna l'educazione. Le avevo posto, in un commento, alcune domande, premettendo di essere semplicemente una persona che cerca di informarsi.

I miei toni erano stati rispettosi e pacati. Non mi ha degnato nemmeno della pubblicazione delle domande, nè tantomeno di una risposta, ma questo, sebbene poco educato, è tollerabile. 

Non soddisfatto, però, mi vedo incluso nell'articolo successivo, (essendo uno dei non pubblicati e non meritori di una risposta da parte di Sua Santità il professore associato), tra i destinatari di una sfilza di insulti. Lei insulta pesantemente i diretti interessati, senza fare nomi, perchè, si sa, il coraggio nelle facoltà di economia non lo insegnano. Vorrei solo dirle un paio di cose: Come diceva Socrate, so di non sapere. San Francesco si appellava alla santa ignoranza. C'è però un'altra conoscenza che non si apprende dai libri, e che consiste nel saper stare al mondo. 

Ci vuole poco a capire che chi si rivolge con gentilezza, non merita di essere insultato. Stia tranquillo, ce ne sono tanti di maestri, non siamo soli al mondo. Di certo non riconosco come maestro colui che ha carenze a livello umano.

Post scriptum: coi miei colleghi giornalisti della Rai, che di fronte alle telecamere le ponevano domande più ingenue delle mie, non ha avuto gli stessi toni arroganti, chissà perchè.



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Ecco riportato qui in calce il contenuto del chiarissimo professore, coi toni tipici degli accademici   

"(..) Infine, per chi mi segue su Twitter, ricordo le tre semplicissime regole, che valgono anche qui: 

 1) Non avvicinate escrementi alle mie narici. Professoreguardacosadiconodite viene bandito immediatamente. Non ho il tempo di leggere tutti i ragli profferiti dai patetici dilettanti del bestiario italiano, devo dedicarmi ad altro, e il lavoro che abbiamo fatto qui ci ha messo in una posizione tale per cui occupandoci dei patetici dilettanti diamo loro una visibilità che la loro cialtronaggine non merita. Chi non lo capisce, ovviamente, non merita di stare qui. 

2) Non siate petulanti. Professorechennepenza viene bandito immediatamente. Non ho il tempo di leggere tutte le stronzate che vengono dette sull'euro. Il problema euro è risolto. Andiamo avanti sul nostro percorso di conoscenza e di ricerca scientifica e lasciamo chi parla di Zimbabwe al suo allucinato (o interessato) delirio. Aggiungo che sono due anni che mi faccio il culo perché voi sappiate cosa pensare di quello che leggete. Quello che penso io non interessa nemmeno a me e non deve interessare voi. A voi deve interessare quello che pensate voi, cioè se e quanto avete raggiunto una comprensione della crisi. Il modo migliore per verificarlo è provare a spiegarla a un altro. Se non ci riuscite la colpa è vostra (cioè, a monte, mia). L'insegnamento è un gioco asimmetrico: l'insegnante ha tutti i doveri e lo studente tutti i diritti, compreso quello di non capire una fava. È ora che da studenti diventiate insegnanti, così vedrete come ci si diverte, e avrete meno tempo per chiedere a me chennepenZo. 

3) Non siate vittimisti. Professoreperchémicensura viene bandito immediatamente (ma solo dopo esser stato insultato). Ultime notizie: non siete soli al mondo! Non ve ne eravate accorti, lo so. Il lato tragico è che non sono solo nemmeno io, e starei così bene. Qui nessuno censura nessuno, la parola "censura" può essere pronunciata solo da uno che non ha letto o non ha capito le istruzioni per l'uso.

Per una persona simile non posso fare nulla se non ignorarlo. Scusate, so che sembro ruvido, ma so anche che quelli che si comportano così sono una fastidiosa minoranza di disadattati. Meglio togliersela di torno e restare con i tanti, tantissimi che danno un contributo positivo a questo blog. 

La ricchezza di questo blog sono e restano i suoi lettori, è una cosa che colpisce chiunque si accosti ad esso, a partire dai miei colleghi. Ma per costruire e preservare questa ricchezza è stato necessario adottare un principio fondante (non voglio parlare a tutti) e gestirlo con mano ferma. Qualcuno mi sarà grato per queste norme igieniche, qualcuno mi detesterà. Non si può dispiacere a tutti, ma almeno non potrò dire di non averci provato. 
 A presto per cose più sostanziose. "


giovedì 20 giugno 2013

Beh questo è spettacolo puro

Deja Vu della nazionale: 4-3 col Giappone in Confederations Cup

Il calcio è bello perchè imprevedibile, e talvolta la realtà supera la fantasia. Da oggi tenderemo ad associare la nazionale nipponica a quella tedesca, anche se apparentemente non hanno molto in comune. 
Mentre il presidente del Sol Levante Shinzo Abe intraprende una rocambolesca e a suo modo emozionante opera di rilancio dell'economia nazionale, dopo quindici anni di stagnazione, il pallone con gli occhi a mandorla, dà, da qualche anno a questa parte, segni di vitalità.

Già prima dell'avvento di Zaccheroni in panchina avevamo visto un gioco a tratti interessante ed un movimento calcistico in crescita. Il tecnico romagnolo però, maltrattato un po' in patria e desideroso di rilanciarsi in un contesto molto diverso, ha dato un'anima e un cervello notevole ad una squadra ben disciplinata.

Nessun giocatore giapponese può dirsi un fuoriclasse vero e proprio. Vi sono però diversi elementi che sfiorano quel livello. In più hanno una certa intelligenza tattica, sanno interpretare alla grande i dettami del loro allenatore, sono rapidi, un pò meno magri e bassi dei loro predecessori.

Diversi di loro giocano in importanti squadre europee. Forse alcuni di essi giocano meglio in nazionale che nelle loro squadre di club.

Ieri, a Pernambuco, abbiamo assistito ad uno spettacolo divertente: 7 goals, con un'Italia pasticciona all'inizio ma molto forte dal 35' in poi, e un Giappone che sembrava quasi il Brasile.

Le azioni.

Gli azzurri scendono in campo molli, e il cambio di modulo 4-3-2-1 non fa bene a loro perchè non lo recepiscono. Non riescono a supportare l'unica punta Balotelli e sbagliano i passaggi.  Giaccherini e Aquilani, in funzione di trequartisti atipici, non spingono.

De Sciglio calibra male un passaggio all'indietro al 21', Okazaki si invola , Buffon gli si fa incontro, ma prende prima il pallone e poi lui: non c'è fallo anche perchè il nipponico avrebbe tutto il tempo di far cambiare direzione a sè stesso e alla palla. L'arbitro argentino Abal non è dello stesso avviso e decreta un calcio di rigore, che Honda trasforma.

Ma l'incubo azzurro non è finito: in una mischia in area, Chiellini si disinteressa del pallone e cerca di spingere Kagawa. Si crea un varco e il piccolo e agile giapponese si trova da solo davanti a Buffon, che viene infilato: 2 a 0, i Brasiliani in maggioranza allo stadio di Pernambuco non credono ai loro occhi, e tutti gli altri pure.

Due minuti prima è entrato però un folletto della Juve che cambierà la gara.

Prandelli è un uomo intelligente, e la sua intelligenza in questo caso sta nell'ammettere subito i propri errori. Comprende che quel modulo non può andare e introduce un attaccante di movimento come Giovinco, che ben si presta a supportare l'apollineo Balotelli.

La musica cambia. L'Italia inizia a giocare da Italia, e su cross di Pirlo, una violenta incornata di De Rossi accorcia le distanze al 35'. Pochi minuti dopo un palo di Giaccherini per poco non pareggia i conti.

E' una squadra rigenerata, che in pochi minuti, nel secondo tempo, passa due volte. Il Giappone soffre ora.

Prima Giaccherini si invola sulla sinistra, raggiunge il fondo del campo, riesce ad aggirare un avversario, si accentra e mette in mezzo per Balotelli, tutto solo a due passi dalla porta; interviene però in scivolata Uchida che fa autogoal.

Passa pochissimo tempo  e una respinta involontaria col braccio di Hasabe spinge Abal ad assegnare il penalty. Sebbene non ci fosse l'intenzionalità, le norme Fifa stabiliscono che se il braccio staccato dal corpo colpisce il pallone, è rigore.

Mettiamola così: si poteva anche non dare, il tiro libero, ma anche così le squadre sarebbero 1-1 nel computo dei rigori ingiusti concessi.

Balotelli prende la rincorsa, spiazza con una finta il bravo Kawashima e insacca: 3 a 2.

Il Giappone reagisce: Endo crossa per Oazaki, che con una bellissima torsione di testa batte Buffon. Non ci sono particolari colpe della difesa in questo caso.

Il Giappone continua il suo forcing, l'Italia è stanca e si riversa all'indietro; anche Balotelli dà una mano. All'88' però, il contropiede, che da sempre è la nostra arma migliore, ci permette di guadagnare i tre punti e la qualificazione nel girone: De Rossi sulla trequarti serve a destra per Marchisio, che dal fondo mette in mezzo per Giovinco: da pochi passi e a porta sguarnita è facile per lo Juventino segnare il suo primo goal in Nazionale, dopo un certo numero di presenze.

4 a 3, come con la Germania 43 anni e due giorni prima.

L'Italia è già in semifinale e la terza partita col Brasile, anch'esso già qualificato, sarà solo una sgambata di salute. 

Il Giappone si gioca la consolazione di poter far risultato contro il Messico e marcare tre punti in questo torneo, che l'ha visto poco brillante nella prima gara col Brasile (3 a 0 per i padroni di casa) ma
sontuoso contro l'Italia.

giovedì 13 giugno 2013

I video del giorno







mercoledì 12 giugno 2013

Paul Krugman (premio Nobel per l'Economia): le famiglie devono pagare i debiti, gli stati no

Le famiglie sono tenute a rimborsare il loro debiti, ma gli stati no. Tutto quel che devono fare è garantire che il debito cresca più lentamente della base imponibile (la base imponibile è quanto uno stato può recuperare dalle tasse) 

E' quanto afferma il premio Nobel per l'economia del 2008 Paul Krugman ed è un discorso che vale anche per l'Italia se recupera la sua sovranità monetaria.


Nel 2011, come nel 2010, l'America si trovava tecnicamente in ripresa, continuando però a patire di una disoccupazione disastrosamente elevata. Ma per la maggior parte del 2011, come del 2010, quasi tutte le discussioni a Washington riguardavano altro: il problema supposto urgente di ridurre il deficit del bilancio dello stato. Questa attenzione fuori luogo ci dice molto sulla nostra cultura politica, in particolare su come il Congresso sia scollegato dalle sofferenze degli americani comuni. 

Ha inoltre rivelato qualcos'altro: la gente continua a parlare di deficit e del debito, ma in linea di massima non ha idea di cosa si tratti, e le persone che ne parlano di più sono quelle che ne capiscono di meno. 

La cosa forse più evidente e che gli "esperti" della situazione economica sui quali si basa la maggior parte del Congresso hanno ripetutamente totalmente errato sugli effetti di breve periodo del deficit di bilancio. Le persone che si basano su analisi economiche del calibro di quelle della Heritage Foundation si attendevano sin dal momento in cui il presidente Obama si è insediato che il deficit di bilancio facesse salire i tassi di interesse. Ogni giorno! E mentre aspettavano, i tassi sono scesi ai minimi storici. Si poteva pensare che questo avrebbe condotto i politici a mettere in discussione le loro scelte in materia di esperti, o meglio, lo si poteva pensare solo ignorando tutto della nostra politica postmoderna non basata sui fatti. Ma Washington non si è sbagliata solo sul breve periodo, ma anche sul lungo periodo. 

Anche se il debito può essere infatti un problema, il modo in cui i nostri politici e gli esperti pensano al debito è completamente sbagliato, esagerando le dimensioni del problema. 

I guerrieri del deficit dipingono un futuro nel quale saremo tutti impoveriti a causa dalla necessità di rimborsare i soldi avuti in prestito. Vedono l'America come una famiglia che ha preso un mutuo troppo grande, e avrà difficoltà ad effettuare i pagamenti mensili. 

E' questa tuttavia un'analogia completamente sbagliata per almeno due motivi. In primo luogo, le famiglie sono tenute a rimborsare il loro debiti, ma gli stati no. Tutto quel che devono fare è garantire che il debito cresca più lentamente della base imponibile. 

Il debito della Seconda Guerra Mondiale non è mai stato rimborsato, ma e diventato sempre più irrilevante man mano che l'economia americana è cresciuta, e con essa il reddito soggetto a tassazione. In secondo luogo - e questo è il punto che quasi nessuno sembra vedere - una famiglia che ha preso troppi prestiti deve quei soldi a qualcun altro; il debito degli Stati Uniti è costituito, in larga misura, di soldi che dobbiamo a noi stessi. Questa era chiaramente la situazione a proposito del debito contratto per vincere la Seconda Guerra Mondiale. 

I contribuenti erano appesi ad un debito che era significativamente maggiore, come percentuale del PIL, di quello di oggi; questo debito tuttavia era anche di proprietà dei contribuenti, le persone cioè che avevano acquistato titoli di risparmio. Il debito non ha quindi reso più povera l'America del dopoguerra. In particolare, il debito non ha impedito alla generazione del dopoguerra di registrare il maggior aumento del reddito e del livello di vita nella storia del nostro paese. Ma questa volta le cose non stanno forse diversamente? Non quanto si pensi. E' vero che paesi ed entità estere detengono grandi crediti verso gli Stati Uniti, tra le quali una discreta quantità di debito pubblico. 

Ma ogni dollaro di crediti esteri in America è bilanciato da 89 centesimi di crediti esteri degli Stati Uniti. E poiché gli stranieri tendono a piazzare i loro investimenti americani in beni sicuri, di basso rendimento, l'America guadagna in realtà dalle sue attività all'estero più di quanto paghi per gli investimenti esteri. Se state immaginandovi un paese che è in ginocchio davanti ai cinesi, siete stati male informati. E non stiamo muovendoci rapidamente in questa direzione. Ora, il fatto che il debito federale non è affatto un'ipoteca sul futuro dell'America non significa che il debito sia innocuo. Per pagare gli interessi si devono alzare le tasse, e non c'è bisogno di essere un ideologo di destra per ammettere che le tasse mettono un certo peso sull'economia, se non altro provocando un dirottamento delle risorse dalle attività produttive all'elusione e all'evasione fiscale. Ma questi costi sono molto meno drammatici di quanto l'analogia con una famiglia sovraindebitata potrebbe suggerire. Ed è per questo che i paesi con governi stabili e responsabili - governi cioè che sono disposti a imporre tasse un po' più alte quando la situazione lo richiede - sono stati storicamente in grado di vivere con livelli molto più elevati di debito di quanto i luoghi comuni odierni facciano credere. 

La Gran Bretagna, in particolare, ha avuto un debito superiore al 100% del PIL per 81 degli ultimi 170 anni. Quando Keynes scriveva sulla la necessità di percorrere la via d'uscita da una depressione, la Gran Bretagna era più in debito di qualsiasi paese avanzato oggi, con l'eccezione del Giappone. Naturalmente l'America, con il suo movimento conservatore rabbiosamente antitasse non può avere un governo che sia responsabile in questo senso. Ma in questo caso la colpa non sta nel nostro debito, ma in noi stessi. 

Quindi sì, il debito conta. Ma in questo momento, altre cose contano di più. Abbiamo bisogno di una maggiore, non di una minore, spesa pubblica per tirarci fuori dalla trappola della disoccupazione. E l'erronea e infondata ossessione per il debito ci sbarra la strada.


Il New Deal: un esempio per l'Europa di oggi



Nella foto: Franklin Delano Roosvelt

Il New Deal di Roosvelt presenta alcuni punti di cui l'Europa odierna dovrebbe tenere conto.  Ecco un'estratto da Wikipedia, che, sebbene non sempre sia attendibile, in questo caso riassume bene quanto fu fatto.
Da sottolineare fu il fatto che in Italia Mussolini trasse ispirazione proprio dalla politica di welfare del New Deal. Ciò si tradusse ad esempio nella creazione dell'Iri, (Istituto della Ricostruzione Industriale)

Bisogna ricordare un'altra cosa importante: lo stato spese enormi quantità di denaro per mettere in pratica la ripresa delle attività produttive. In altre parole, Roosvelt fece il contrario di ciò che fa l'Europa oggi: spese tantissimi soldi a deficit, per infrastrutture, welfare e altro ancora.


Principali provvedimenti di Roosvelt nel periodo del New Deal

l'Emergency Banking Act che istituì una vacanza bancaria di alcuni giorni al fine di sondare la liquidità e la solidità degli istituti di credito e che assoggettò le banche al controllo dell'amministrazione federale;

 l'istituzione della Federal Deposit Insurance Corporation che assicurava tutti i depositi bancari sino a 2.500 $; 

la sospensione del gold standard che comportò la svalutazione del dollaro e rese possibile il ricorso all'esportazione delle merci come sbocco per la sovrapproduzione statunitense;

 l'Economy Act che introdusse il bilancio federale di emergenza; l'Agricultural Adjustment Act che attribuiva contributi in denaro a quegli agricoltori che avessero limitato la produzione agricola in modo da mettere un freno alla caduta dei prezzi che aveva costretto sul lastrico milioni di agricoltori dell'est.

Altre importanti misure furono: 

l'istituzione della Tennessee Valley Authority, agenzia che impiegò milioni di disoccupati nella costruzione di imponenti dighe al fine di sfruttare le risorse idroelettriche del bacino del Tennessee;

 l'istituzione della Works Progress Administration, altra agenzia governativa che gestiva la realizzazione di importanti opere pubbliche;

l'approvazione del Wagner Act che sanciva il diritto di sciopero e della contrattazione collettiva;

l'approvazione del National Industrial Recovery Act che imponeva l'adozione per ogni azienda di un codice di disciplina produttiva limitando la sovrapproduzione, rinunciando al lavoro nero e a quello minorile. La legge prevedeva inoltre dei minimi salariali; 

l'approvazione del Social Security Act che istituiva un moderno welfare state di cui i lavoratori statunitensi erano stati sino ad allora sprovvisti. 

La riforma fiscale di Roosevelt intraprese anche una riforma del sistema fiscale ed in particolar modo delle imposte dirette. Venne così modificata l'imposizione progressiva aumentando le aliquote per i contribuenti più ricchi.