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mercoledì 28 gennaio 2026

Lorenzo Insigne torna a Pescara: sembrava impossibile!


Da qualche tempo Lorenzo Insigne, Campione d'Italia con il Napoli e d'Europa con la Nazionale Azzurra, era svincolato. Qualcuno a Pescara aveva notato questa cosa e sognava il suo ritorno, ma non ci sperava troppo.

Invece, ieri mattina è circolato un articolo di Enrico Giancarli su "Il Centro", quotidiano Abruzzese, e rapidamente si sono avvicendate varie conferme e indiscrezioni.

Oggi si attende la firma. La società biancazzurra è stata brava a tenere segreta la trattativa e probabilmente la presenza di Verratti come socio ha avuto la sua funzione persuasiva.

Il giocatore dovrebbe restare in biancazzurro almeno sei mesi, con opzione di rinnovo di un altro anno in caso di salvezza.

Insigne, che ora ha 35 anni, fu protagonista insieme allo stesso Marco Verratti e a Ciro Immobile dello splendido primo posto con promozione diretta in serie A nella stagione 2011-2012.

Un trequartista di tali doti tecniche può fare la differenza anche giocando solo mezz'ora a partita in cadetteria. Il Delfino si sta finalmente muovendo sul mercato, col ritorno del difensore centrale Bettella e di un centrocampista di qualità, l' Uruguagio Gaston Brugman.

Dopo questi colpi potrebbero essere incoraggiati a raggiungere Pescara anche alcuni giocatori in trattativa, come almeno uno tra Giacomo Corona e il Ceco Daniel Fila, entrambi attaccanti.

martedì 27 gennaio 2026

Due Carabinieri in servizio all'Ambasciata Italiana minacciati da un soldato dell'IDF

Il fatto si è verificato Domenica 25 Gennaio.
Sky TG 24 ricorda anche che lo scorso Novembre tre volontari Italiani e una Canadese, impiegati nel soccorso ai civili, erano stati malmenati e derubati da dieci coloni, con l'invito a non tornare mai più





 Si complica la mezza crisi diplomatica aperta tra Italia e Israele dopo la dichiarazione dell’Idf che è stato “un soldato” e non un colono, civile per quanto armato, a fermare i due carabinieri domenica scorsa nelle vicinanze di Ramallah in Cisgiordania, costringendoli a inginocchiarsi sotto la minaccia di un fucile mitragliatore per poi rilasciarli, intimando loro di non ripresentarsi da quelle parti. Per Roma, che ha reagito convocando alla Farnesina l’ambasciatore Jonathan Peled, sarebbe “ancora più grave” se ad agire fosse stato un militare. Ma il governo di Tel Aviv per ora nega, rimane sulla promessa di accertamenti fatta lunedì da Peled. Ora però il nostro ministero degli Esteri sta interloquendo anche con l’addettanza militare dell’ambasciata israeliana a Roma. 

Il Fatto Quotidiano


Secondo quanto ricostruito, due carabinieri in servizio al Consolato generale di Gerusalemme sono stati "fatti inginocchiare sotto il tiro di un fucile mitragliatore e interrogati" da un soldato e non da un colono come inizialmente emerso, mentre facevano un sopralluogo vicino a Ramallah. Immediata la protesta del governo italiano (...) 

La protesta del governo italiano è stata praticamente immediata, con la premier Giorgia Meloni che ha fatto filtrare la forte irritazione per un fatto ritenuto "inaccettabile". E' scattato subito un colloquio telefonico con Tajani per concordare la convocazione dell'ambasciatore israeliano, Jonathan Peled. Ed il rappresentante dello Stato ebraico ha espresso rincrescimento per l'accaduto, indicando che il suo governo effettuerà le opportune indagini. 

Lo stesso Tajani ha chiesto di convocare l'ambasciatore di Israele in Italia per chiedere chiarimenti e confermare la dura protesta, condivisa dall'opposizione, dal Pd a M5s, da Avs e Iv. Solamente lo scorso novembre, dieci coloni a volto coperto avevano fatto irruzione all'alba nella comunità di Ein al-Duyuk sorprendendo nel sonno tre volontari italiani e una canadese, arrivati in Cisgiordania per fornire assistenza ai civili palestinesi. 

I tre erano stati derubati e picchiati, con l'avvertimento ad andarsene e non tornare più. Anche in quella circostanza il ministro Tajani aveva parlato di un fatto "gravissimo", lanciando un appello al governo di Israele perché si imponesse per frenare "la prosecuzione di queste violenze, che non servono alla realizzazione del piano di pace per il quale tutti quanti stiamo lavorando".

Sky Tg 24

Nella foto: la Trade Tower di Tel Aviv, dove risiede l'unica Ambasciata d'Italia in Israele

La Giornata della Memoria e il suo uso strumentale: quando la propaganda stride con la realtà




Squarciamo il velo dell'omertà in Italia: chi cerca un posto al sole, nei salotti buoni della politica, del jet set, del business e del giornalismo, spesso ha paura di parlare e soprattutto di muovere una critica alle classi dirigenti Israeliane e ai poteri finanziari di origine Ebraica.

Riflettiamoci: se qualcuno critica una persona importante Italiana noi lo percepiamo come un insulto razzista e una discriminazione verso il nostro paese?

Se un Giapponese o un Africano denuncia le connessioni mafiose tra i gangli della nostra alta burocrazia, i servizi segreti e parte della politica e della finanza del Belpaese, gli diamo del razzista?

Il nostro paese ha bombardato i Balcani in spregio alla propria stessa Costituzione;

ha inviato gli aerei da guerra sui cieli dela Libia, quindici anni fa, 

senza una valida ragione che non fossero gli interessi materiali e strategici in ballo;

se un cittadino del Bhutan o della Mongolia ci facesse notare queste verità piuttosto solide, cosa faremmo? 

Parleremmo di complotto nazista in salsa Asiatica verso la stirpe degli Italiani -brava gente-? 

La risposta la conoscete già: No.

Eppure se critichi la violenza estrema di Israele nei confronti di vari soggetti politici e soprattutto dei civili inermi sei un razzista e un antisemita, per chi sa stare dalla parte del più forte.

Il discorso dunque cambia quando bisogna criticare il Sionismo, che è una forma di nazionalismo Ebraico, suprematista, aggressivo e violento. 

Lo stesso dicasi se si denunciano le azioni del Mossad, che è il servizio di spionaggio Israeliano.

Chi vuole far carriera ha paura di denunciare certi crimini.

Piuttosto, spesso cerca di blandire il potere Sionista.

In questo quadro si inserisce tutta l'attenzione mediatica verso la Giornata della Memoria.

Ricordare le vittime è un atto dovuto. Ogni tipo di violenza va condannato. Sui crimini legati alla Shoah a maggior ragione la stragrande maggioranza della popolazione mondiale è concorde e ferma nella condanna

Cionondimeno il modo cieco e univoco in cui buona parte dell'estabilishment occidentale vi ottempera nasconde soltanto sottomissione e tentativi di compiacimento.

Criticare la barbarie dell'Idf non è antisemitismo. 

Condannare il blocco di cibo, acqua, medicine ed elettricità, i proiettili verso civili inermi, inclusi i bambini è solo un atto di umanità.

Se la finanza Sionista ha un peso politico ed economico in Europa,  esistono inoltre cerchie di persone spietate: 

l'intelligence Israeliana da decenni va ad uccidere a domicilio i propri nemici, evitando tribunali e processi: è successo dopo la Seconda Guerra Mondiale, dopo gli attacchi terroristici alle Olimpiadi di Monaco, dopo il sequestro della nave da crociera Achille Lauro.

Il governo Isreliano, tramite il suo esercito, sta compiendo ancora in queste ore un genocidio verso una popolazione di due milioni di abitanti, costretta a vivere recintata nel proprio territorio di 45 chilometri quadrati.  Da parecchi anni non possono uscire da lì. 

Gruppi di coloni invadono i territori destinati ai Palestinesi dai trattati, si impossessano delle loro case.

Si vive nell'odio.

Non va giustificato il terrorismo, come tutti gli uomini di buona volontà anche io auspico la pace, in ogni dove.

Tuttavia è un dato di fatto che se gli Ashkenaziti non avessero sottratto agli Arabi di Palestina la propria patria, un pezzo alla volta, la spirale immensa di conflitti che ne è seguita non esisterebbe.

Liliana Segre si è sempre guardata bene dal condannare con forza quello che hanno fatto Nethanyau e i suoi soldati negli ultimi anni, chiamando la loro strage per nome: genocidio.

Se hai vissuto le stesse torture, la stessa privazione del cibo, lo stesso tentativo di cancellazione del tuo popolo e poi non ammetti che nel 2026 la Storia si ripete, ad opera di coloro che rappresentano la tua gente e la tua cultura a livello politico, allora c'è un problema.

Il discorso in tal caso si fa irrilevante, inconcludente e irrispettoso verso una intera popolazione martoriata e privata della propria patria.

domenica 25 gennaio 2026

Gli Stati Uniti non hanno nulla da insegnarci


Nelle foto: Alex Pretti e Renee Good


In Minnesota continua la barbarie. Ieri un altro dimostrante, Alex Pretti, di 37 anni, è stato ucciso dagli agenti dell'Ice senza un motivo apparente

Alle 9:05 del mattino a Minneapolis, mentre si susseguivano le proteste contro la presenza degli agenti anti immigrazione, questi ultimi hanno sparato a bruciapelo su un altro manifestante, dopo l'omicidio di Renee Good. 

Si tratta di Alex Jeffrey Pretti, trentasettenne come Renee, incensurato, descritto dalle persone a lui vicine come persona pacifica e caritatevole. Svolgeva la professione di infermiere.

Circolano vari video e foto. In uno di essi si vede chiaramente Pretti filmare la macchina degli agenti anti immigrazione col telefonino. 

Gli agenti hanno attaccato lui e altre persone con lo spray al peperoncino e li hanno immobilizzati. 

Negli istanti successivi si vedono i manifestanti che cercano di divincolarsi. Ad un tratto un agente col passamontagna estrae una pistola e spara a Pretti a bruciapelo vari colpi. 

La donna che riprende la scena col suo telefonino urla e l'immagine si sposta, ma si sentono altri colpi ancora e quando riesce a riprendere di nuovo la scena è visibile anche un secondo agente, a volto scoperto, con la pistola puntata verso il manifestante a terra.

Gli agenti dell'Ice stanno compiendo azioni senza mandato nelle abitazioni per catturare presunti residenti irregolari. Spesso si rendono conto poi di aver prelevato cittadini Americani e li riportano a casa.



Le bugie del governo sui due omicidi a Minneapolis

Il 7 Gennaio hanno sparato in volto a Renee Good a bruciapelo, mentre si allontanava con la sua automobile al termine di una breve conversazione con gli agenti.

L'Ice ed anche esponenti del governo Statunitense come Il Presidente Trump, la Procuratrice Generale Pam Bondi e il Vicepresidente JD Vance hanno mentito nonostante l'evidenza di un filmato: sostengono che Renee Good stesse per investire i poliziotti con la sua automobile ma non è vero e chiunque può verificarlo.

Lo stesso tipo di menzogne è stato prodotto dall'Ice per Alex Pretti: "Aveva una pistola, ha cercato di uccidere gli agenti". 

Trump ha commentato: "È un terrorista domestico".



This is America

Se in Italia gli immigrati clandestini hanno ampio margine di manovra e i rimpatri sono pochi, negli States si eccede nel senso opposto. 

Quello che avviene in questi giorni oltre oceano è la dimostrazione che da quelle parti il Far West non sia mai terminato, ma è uno stato d'animo che riaffiora spesso in una bella fetta della popolazione. 

Tante armi girano, troppi pistoleri predicano il loro "Verbo" del secondo emendamento. Questi sono gli Stati Uniti: se  vuoi stare sicuro ti riempi la casa di armi d'assalto, se ti ammali e hai pochi soldi sei spacciato, il welfare è un concetto per fannulloni buoni a nulla, la prevenzione del crimine non esiste, la repressione è durissima.


Donald Trump dovrebbe affrontare gli enormi squilibri interni, anzichè dare lezioni di vita a mezzo mondo

Trump, che ha creato questo suo esercito male addestrato a suon di decine di miliardi di dollari di finanziamenti, si permette di fare la morale agli altri paesi.

Parla di diritti umani in Europa, in Venezuela (dove ha compiuto raid contro le navi, contro Caracas e ha rapito Maduro con metodi da gangster), in Iran (dove pure gli Usa smuovono le rivolte lasciando i manifestanti soli a subire la reazione del regime).

Potremmo continuare a lungo ricordando di come Trump sta cooperando con Nethanyau durante il  genocidio in Medioriente,

di come bullizza i suoi stessi alleati Europei e Canadesi, di come ignora il diritto internazionale.

La politica Americana di oggi ha uno stile cafone e psicopatico, che gli sta attirando antipatie e che sta addirittura compattando l'Unione Europea, che ora vede il pericolo giungere da Ovest, altro che da Levante.

Trump pensi alle enormi disparità sociali nel suo paese, ai quartieri ghetto delle sue città dove la polizia ha paura di mettere piede, ai centomila morti di Fentanyl all'anno che sono frutto di una storia collettiva di abbandono e di degrado. 

Tale ferita si cura prendendosi in carico i problemi dei propri cittadini, non andando a bombardare le navi di presunti trafficanti senza uno straccio di prova, non sequestrando petroliere in mare aperto e soprattutto non andando a dire agli altri popoli come devono vivere.

Molte delle attuali dittature sono ex colonie occidentali, che avrebbero ora maggiore democrazia, stabilità e benessere senza le guerre scatenate da Europei e Statunitensi e dalle loro secolari ruberie.

martedì 13 gennaio 2026

"Mamma, butta la pasta!" Si festeggia il compleanno di Dan




Il 9 Gennaio ha spento 90 candeline Daniel Lowell Peterson, in arte Dan.

In Italia questo nome non ha bisogno di presentazioni. Tuttavia è d'obbligo ripercorrere le tappe della vita straordinaria di un uomo che ha creduto nei suoi sogni e li ha regalati a noi Italiani.

Dan ha sempre ragionato fuori dagli schemi e questo gli ha permesso di avere grandi intuizioni e di precorrere i tempi. 

La sua apertura mentale l'ha portato a rendere possibile ciò che per gli altri era oggetto di scherno e a cimentarsi in ambiti diversi e cionondimeno a dimostrare di saper uscire vincente anche dalle nuove sfide.

Mentre oggi figure come il mental coach sono frequenti nello sport a supporto degli atleti, i suoi metodi di lavoro contengono molte delle nozioni del coaching. 

Tale area di competenza è trasversale, travalica i confini dello sport e offre soluzioni per essere più produttivi ed efficaci.

Scriveva Gianfranco Civolani su "Giganti del basket" (un periodico sportivo) nel 1973: 

"Il piccolo Dan mi fa l'effetto di un ballerino di tip-tap o magari di un entertainer da night. Metri uno e sessanta con tacchetto pretenzioso, capelli lunghi alla paggio, occhi chiari, lineamenti da bambino stizzoso".

Le origini

Dan Peterson nacque a Evanston, una città che oggi conta quasi 80 000 abitanti, alle porte di Chicago. 




Già a fine anni '50 iniziò ad accumulare importanti esperienze e studi da allenatore, per poi affermarsi nel decennio successivo nei campionati Universitari, che sono da sempre la porta verso il professionismo, negli U. S. A. 



Dal 1971 al 1973 allenò la nazionale Cilena, che sotto la sua guida fece progressi tangibili. 

1983-1987: gli anni in cui ha scritto la storia del basket Italiano. 




Nel '73 iniziò la sua esperienza a Bologna, dove conquistò un Campionato e una Coppa Italia. Dopo qualche anno passò all' Olimpia Milano, con la quale vinse quattro scudetti, due Coppe Italia, Una Coppa Korac e una Coppa dei Campioni

Proprio con questo trofeo, nel 1987, chiuse in bellezza la sua carriera, salve un ritorno all'Olimpia nel 2011: fu una esperienza di pochi mesi, di scarso successo, che lo vide lasciare la panchina a campionato in corso. 

Erano anni in cui lasciarono la propria impronta sui parquet grandi talenti come Dino Meneghin e Bob Mcadoo. 

1987 - fine anni '90: Commentatore della Wrestling - Mania: la seconda vita professionale di Dan Peterson. 




Dan Peterson ha avuto il merito di far conoscere agli Italiani il wrestling, grazie a una conduzione semplice, squillante, divertente. 

Il coach (e ormai personaggio televisivo) comprese che non si poteva raccontare il wrestling come uno sport puro, ma come uno spettacolo di intrattenimento. 

In questo era aiutato da una serie di lottatori esilaranti e ben caratterizzati. 

Nel corso dei decenni successivi ha partecipato a programmi televisivi di sport e ha vergato le pagine di giornali e magazine del settore. 

Negli ultimissimi anni, col proliferare dei videoprogrammi sulle piattaforme web come youtube, ha rilasciato interessanti interviste raccontando molti retroscena, spiegando anche alcuni concetti  di basket e di sport. 

Forse era un fatto già noto ad alcuni ma ha destato stupore il suo racconto di Berlusconi che gli propose di allenare il Milan, nonostante la sua estraneità al calcio. 

Dopo il suo rifiuto, il magnate Milanese optò per Arrigo Sacchi, un altro innovatore. 

Erano gli anni di massima visionarietà di Silvio Berlusconi, che introduceva elementi nuovi anche in tv: programmi per giovani, film in lingua originale e tanto altro. 

Dan's legacy

L'insegnamento di Dan è anche questo: l'arte di guardare tante discipline in maniera non convenzionale, il cimentarsi in ambiti diversi imponendo le proprie idee. 

Le sue celebri frasi rimarranno sulla bocca di tanti: "Mamma, butta la pasta", "Time out per me e time out per voi", "Per me.. numero uno". 

Perfino la famosa serie di sue pubblicità per una nota marca di tè ha colpito la fantasia di molti ed è un ricordo indelebile. 

Dan è una figura gradita più o meno a tutti: a 90 anni è ormai un Italiano di lunga data, lucido, che non perde il pragmatismo e la schiettezza Americana. 

È entrato nei cuori perchè è sè stesso, non interpreta un ruolo. Ha talento, ha una personalità forte, dice cose non banali e non ha paura di esprimere il suo pensiero. 

Non è certo poco. 

I due cestisti nella foto con Dan sono Mike D'Antoni (a sinistra) e Bob Mcadoo. 


sabato 10 gennaio 2026

Il Pescara non molla: il 2-2 di Castellammare di Stabia gli va stretto





È  un Delfino mai domo, quello visto pochi minuti fa nella prospera e costiera Castellammare di Stabia. 

Dopo un primo tempo e un inizio di secondo tempo ad appannaggio degli ospiti, che sono andati al riposo in vantaggio, i padroni di casa hanno avuto una ventina di minuti di sopravvento, in cui hanno ribaltato il risultato. 

Tuttavia nei dieci minuti di recupero gli Adriatici hanno assaltato all'arma bianca la porta avversaria, pareggiando e rischiando di vincerla. Si è andati a casa con un 2-2 spettacolare, in cui le due compagini hanno fatto bella figura di fronte ai propri sostenitori. 

Sorpresona: nella seconda frazione le Vespe hanno messo in mostra il neoacquisto Dos Santos, che non molto tempo fa giocava in eccellenza. 

Altra sorpresa: nel corso della partita il ventenne Lorenzo Berardi ha esordito nel Delfino: è un esterno scattante, con buoni tempi per la scelta del passaggio.

Nell'azione del primo goal giallonero, Correia ha ricevuto il pallone apparentemente sul braccio, prima di scagliarlo in rete sul lato destro della porta da breve distanza. Per il Var è regolare. 

Il rigore che ha dato il vantaggio alla Juve Stabia è da rivedere: in una mischia in area l'arbitro ha visto qualcosa ma non si capisce bene cosa abbia effettivamente rilevato. 

Andando con ordine dunque: Olzer ha aperto le marcature per i biancazzurri al 35', penetrando la densità di uomini e tirando sul collo del piede di Giorgini: la deviazione ha spiazzato il portiere Confete. 

Al 68' il già citato goal di Correia ha motivato la sua squadra, portatasi sul 2-1 su rigore all'89' grazie Candellone che ha realizzato: il portiere Desplanches c'era quasi arrivato. Il Pescara non si è arreso ed in una azione ficcante il subentrato Sgarbi ha segnato il suo primo goal in campionato al 93'. 

Nell'esultare, è andato dai suoi tifosi nel settore ospiti aggrappandosi al cancello. È  tornato in campo senza maglietta. Forse nell'entusiasmo se l'è tolta e l'ha data a qualcuno oltre l'inferriata. Ha rimediato una ammonizione. 

Tra i campani hanno ben figurato in molti, tra cui Cacciamani e Candellone. Tra gli ospiti abbiamo visto in grande spolvero Olzer, Calligara e Di Nardo. La difesa biancazzurra non ha sostanzialmente commesso errori rilevanti, mostrando passi avanti. Se i gialloneri rimangono a centro-classifica come è normale che sia, diversi commentatori si stupiscono di come il Pescara possa stare all'ultimo banco in cadetteria.

Il Pescara a Castellammare di Stabia: il Menti è un vero fortino

Il Pescara, che si è privato di Squizzato, uno dei giocatori più integri dal punto di vista fisico, incontra la Juve Stabia nella sua tana delle tigri.

Il sodalizio Campano non perde sul suo campo da ben 12 partite.

Le Vespe due anni fanno ha sbancato il girone C di serie C (di gran lunga il più ostico), giungendo prime, affrontando i play off di serie B l'anno scorso e attestandosi a metà classifica anche quest'anno.

Si tratta di una società con un progetto solido, come robusto è anche il suo assetto in campo, che esalta le doti di tonicità dei singoli. 

Il Delfino, che avrebbe dovuto, dall'apertura del mercato di riparazione, ormai 8 giorni fa, inserire elementi motivati e disposti al sacrificio, aspetta a piazzare colpi.

La squadra di per sè dimostra voglia di lottare, che però si scontra con i limiti tecnici della rosa.

Il campionato però è ancora lungo e tutto, o quasi, è possibile.




Nel team del presidente Mc Clory figurano volti abbastanza noti per la categoria come Cacciamani, Maistro e Candellone, che dovrebbero essere in campo.

Il Pescara ha tanti infortunati e dietro ci sono dei dubbi da parte di Mister Gorgone, mentre in attacco, oltre a Tonin e Di Nardo, darà una mano Giacomo Olzer, elemento che può fare la differenza.

Calcio d'inizio oggi , Sabato  Gennaio, alle 17:15

Nelle foto: Leonardo Candellone e Giacomo Olzer

venerdì 9 gennaio 2026

Yanjin, la città più stretta del mondo

Non so se l'appellativo che si è guadagnato questa città-Contea Cinese corrisponda con esattezza alla realtà. Di sicuro è un posto affascinante. Le palazzine moderne hanno alle spalle montagne piene di alberi e davanti un fiume affascinante e minaccioso al tempo stesso. "Ed io tra di voi", canta la città, che evidentemente conosce Aznavour.


  

giovedì 8 gennaio 2026

Il Mercato del Pescara: situazione di attesa, con alcuni obiettivi interessanti

Ceduto il centrocampista Squizzato all'Entella, potrebbe partire anche il giovane talento Matteo Dagasso: si parla di un milione e mezzo offerto dal Venezia, che vorrebbe convincere il forte attaccante Daniel Fila, giovane proveniente dalla Repubblica Ceca, a spendere sei mesi in Abruzzo per farsi le ossa.

Per il centrocampista biancazzurro il Cagliari arriverebbe a offrire due milioni, secondo alcune fonti.

Qualcuno parla di un possibile interesse per il grintoso attaccante del Venezia Bjarki Bjarkason, che ha militato nel Foggia lo scorso anno.


to nel 2005 e con qualche esperienza nel calcio professionistico. Ha alle sue spalle anche un serio infortunio al legamento collaterale laterale, che lo ha tenuto fuori dal 30 Gennaio 2025 all'1 Agosto 2025. 

Per il ruolo di punta-rifinitore sono sondati Corona del Palermo, Okoro della Juventus Next Generation, Crespi e Insigne dell'Avellino.



Nelle foto: Daniel Fila, Bjarki Bjarkason, Alessandro Della Valle

Forte nevicata a Budapest

L'altro ieri ho potuto scattare alcune belle foto di Budapest sotto la neve. Nonostante abbia nevicato per pochi giorni, scene simili non si vedevano da almeno dieci anni, mentre negli ultimi inverni simili rovesci sono stati più estemporanei e contenuti















Macron e Steinmeier: sussulti contro la postura bellica di Trump. Duro il Presidente Tedesco: "Siamo in mano a un covo di briganti"

Nel suo rituale incontro con il corpo diplomatico, il Presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron ha fornito un sorprendente "Je accuse" nei confronti di Donald Trump e la Cina:

Gli Stati Uniti sono una potenza consolidata, ma si stanno gradualmente allontanando da alcuni alleati  e dalle regole internazionali che fino apoco tempo fa promuovevano, sia nel calcio del commercio che della sicurezza oltre ad alcuni ambiti particolari.

La Cina è una potenza in continua ascesa che cerca partnership diversificate, ma che dimostra una aggressività commerciale sempre più disinibita, soprattutto dal periodo post-covid e oggi sta mettendo a dura prova l'economia europea.

Subiamo dei discorsi anticoloniali che non corrispondono più alla nostra pratica e subiamo l'aggressione neocoloniale di alcuni.

Noi rifiutiamo il nuovo colonialismo e il nuovo imperialismo, ma rifiutiamo anche il vassallaggio e il disfattismo.

Il Presidente della Repubblica Tedesca Frank Walter Steinmeier ha invece affermato:

"Bisogna impedire che il mondo si trasformi in un covo di briganti, in cui i più spietati si prendono ciò che vogliono" (...)  regioni e interi paesi vengono trattati come proprietà di poche grandi potenze, in cui si cerca di emarginare dalla storia anche gli Stati di medie dimensioni, tra cui il nostro" (...)   c'è anche la distruzione dei valori da parte del nostro partner più importante, gli Stati Uniti".


Seppur tardivi, sembrano questi i segnali di un risveglio delle coscienze, di fronte ad una condotta di Trump sempre più sprezzanti verso molti dei partners europei, giungendo anche a minacciare la Danimarca sulla questione-Groenlandia. Non da meno sono le ultime azioni belliche di Trump: la distruzione inopinata di navi Venezuelane senza nemmeno la prova di alcun crimine, il raid notturno con cui gli Usa hanno rapito maduro, le parole sovraeccitate dello stesso Trump che è arrivato a minacciare tutti insieme Iran, il Presidente della Colombia Gustavo Petro, la Presidente del Messico Claudia Sheinbaum.

In Iran soffiano venti di guerra ancora una volta, vista la ritirata silenziosa dei diplomatici Russi da Israele. Sebbene cerchi di mantenere buoni rapporti con Gerusalemme, Mosca difende i Persiani e li rifornisce di armi.


(nella foto: il Presidente della Repubblica Tedesca Steinmeier)

mercoledì 7 gennaio 2026

Tour a piedi del centro di Minsk (Bielorussia)

Passeggiata in un mercato a Teheran

Gli esuli che invocano i bombardamenti sul proprio paese

Negli ultimi tempi trovano spazio sui media delle figure particolari di esuli, che "combattono" per la propria patria stando all'estero ma allo stesso tempo chiedono che un altro stato gli faccia la guerra, esportando la democrazia e rimuovendo il regime in corso.

Vi riporto questo virgolettato:

"Con tanto malincuore e con tanto dolore" "l'attacco di Israele è l'unica soluzione per liberarci dal regime" e quindi si augura che "Benjamin Netanyahu faccia cadere "la testa del serpente". Rhamtin Ghazavi, tenore Iraniano, ha affermato pochi mesi fa. "Seguo questi bombardamenti - spiega all'ANSA - come un parente stretto di una persona gravemente ammalata che stanno mandando in sala operatoria anche a rischiare la vita, ma che sa che questa è l'unica soluzione. E' la legge della natura, lo dico con tanto malincuore e con tanto dolore, perché i miei genitori e i miei amici sono ancora in Iran".

Più in là, nell'articolo, quasi difende Israele affermando che la gente giudica Israele solo per quanto avviene a Gaza. 

(e sì, che vuoi che siano i fatti di Gaza, una scaramuccia condominiale vero?) 


Insomma, ci sono i tuoi amici e genitori in patria, ma auspichi i bombardamenti, in cui potrebbero morire tutti.

Dello stesso tenore furono le dichiarazioni della esule Hana Namdari, giornalista.

"Io ho mia madre lì. (..) mi dice, questa non è vita, non poter vedere i miei figli, stare lontano da loro, io sono già morta, quindi ben venga una guerra" (video in basso)

Il dolore di questi due Iraniani all'estero si avverte e merita rispetto, ma le conclusioni a cui giungono non mi sembrano condivisibili.


 


Gli stessi contenuti sono da anni perorati dalla Premio Nobel Maria Corina Machado:


"Troppo estremista per i più. Non si arrende e, in particolare dal 2014 al 2019, la neo-premio Nobel per la Pace prende molteplici volte posizione a favore del rovesciamento violento del governo, anche con l’appoggio di un intervento militare straniero. Nelle proteste del 2014 parla ancora di necessità di un «intervento umanitario»."

Così riporta la rivista "Domani", anche se il riscontro su tali dichiarazioni è facilmente rinvenibile su tante fonti ed è cosa arcinota.


 

Ci sono esuli Venezuelani che hanno patito le ristrettezze economiche degli ultimi anni. Festeggiano il rapimento di Maduro nonostante le decine di morti nel raid Americano di pochi giorni fa. Festeggerebbero ancora se, come messo in preventivo dallo stesso Trump, gli Usa tornassero moltiplicando la potenza di fuoco e uccidendo migliaia di persone?

Una delle loro motivazioni sul furto americano del petrolio è: "tanto lo davamo quasi gratis a Cina e Russia prima, per poche medicine e armi".

Non è proprio così: Cina e India commerciavano con il Venezuela, alla pari, senza minacciarlo. Se il paese versa in condizioni misere e se il petrolio non può essere estratto, raffinato e venduto nelle condizioni giuste e al prezzo ottimale è anche per via delle sanzioni Usa, grazie alle quali il paese Caraibico non può commerciare con decine di nazioni.

Conclusioni

È come augurarsi che un paziente muoia, così il cancro cessa di espandersi.

È come se un Italiano del 1930 si fosse augurato la distruzione del proprio paese e la morte di migliaia e migliaia di persone per mano di un nemico esterno pur di far cadere il regime fascista.

E una volta liberato il paese dal dittatore, resta il nemico che lo ha distrutto. 

Quel paese rimarrà sottomesso al suo volere per chissà quanti decenni. O forse vogliamo negare che l'Italia stessa sia un paese vassallo degli Stati Uniti da quando ha perso la Seconda Guerra Mondiale?

Teniamo conto che all'Italia è andata anche bene, perchè dopo la guerra ha fruito comunque di un buon tenore di vita, seppure la sua democrazia sia fortemente limitata dal volere di Washington e non solo.

Gli Iraniani, invece, credono davvero che gli Israeliani e le loro bombe gli porteranno un futuro migliore? Davvero pensano che Israele e Stati Uniti lanceranno un piano Marshall a loro beneficio?

O forse finiranno come Libia e Iraq?

E i Venezuelani, credono davvero che gli Stati Uniti porteranno la democrazia, stando ai loro ordini? Col petrolio rubato dalle compagnie private? Certo, finirebbero le sanzioni Usa e questo aiuterebbe l'economia, ma sarebbe cedere a un ricatto: o ti sottometti o ti riduco alla fame.

Ci avete mai pensato che gli Stati dove ci sono i cosiddetti regimi sono quasi tutti ex colonie?

Dimostrazioni Pro e Contro Maduro a Caracas e al confine con la Colombia

In questi giorni si stanno svolgendo manifestazioni pro e contro Maduro, a dimostrazione che il popolo Venezuelano esprime vari punti di vista, a scapito di quanto riportato da alcuni media, di un popolo stanco del suo leader e grato agli americani di averli bombardati pur di liberarsi di lui. Lo stesso Donald Trump si è contraddetto quando ha affermato, rispondendo a un giornalista, che la nuova Presidente non può essere la Premio Nobel Machado, elemento di spicco dell'opposizione, perché "non ha il consenso dei Venezuelani".



lunedì 5 gennaio 2026

Maduro non è Chavez. È per questo che il mondo multipolare è fallito (almeno per ora)


Nella foto: Hugo Chavez


Con il sequestro di Nicolás Maduro da parte della Delta Force americana si chiude definitivamente ogni barlume del sogno chavista in Sud America e nel resto del mondo, benché vada specificato che l’attuale Presidente del Venezuela non è mai stato neppure lontanamente l’ombra del grande rivoluzionario Hugo Chávez. 

Ho sempre dubitato, inoltre, della reale volontà dell’ex tenente colonnello dei paracadutisti venezuelani di investire il proprio autista di un incarico tanto importante. 

Lo so perché, fin dal lontano 1999 – cioè da quando Chávez fu eletto Presidente per la prima volta – ebbi con lui un’intensa corrispondenza: un dialogo che mi fu accordato da questo gigante dell’anticolonialismo per una comune visione del mondo che, voglio sottolinearlo per chi non lo sapesse, non era socialista nel senso marxista od ortodosso del termine, bensì nazionalista e, per certi versi, peronista. 

Chávez aveva infatti come punti di riferimento Gesù Cristo e Mussolini, oltre a condividere con me l’esperienza nel corpo dei paracadutisti: chi indossa il basco amaranto e si lancia nel vuoto da un aeroplano sviluppa un sentire comune, una sensibilità che crea fratellanza anche tra uomini di nazionalità diverse. Ebbi inoltre l’onore, insieme ad altri pochi italiani – come Marco Rizzo e il compianto Gianni Minà – di essere suo ospite a Roma il 16 ottobre 2005, in occasione della riqualificazione del Monumento sul Monte Sacro dedicato a Simón Bolívar, per il bicentenario del giuramento che lo stesso pronunciò il 15 agosto 1805, come voto per liberare l’America Latina dal dominio spagnolo. 

Erano quelli gli anni in cui Chávez, Gheddafi, Ahmadinejad e Putin davano vita a un reale multilateralismo alternativo agli Stati Uniti, con una Cina che non era ancora la Cina di oggi e con un Berlusconi sornione che, un po’ per capacità propria e un po’ perché – grazie a questi grandi leader – le condizioni lo permettevano, consentiva all’Italia, quasi in un ritorno di fiamma del mitico CAF, il lusso di fare da cerniera tra l’intransigente Bush e questo mondo alternativo. 

Un’epoca ormai scomparsa, nella quale non solo ho creduto profondamente, ma per la quale ho sempre lavorato e continuo a lavorare affinché le condizioni possano tornare, per il bene dell’Italia e dell’umanità intera. Fatto sta che quasi tutti quei giganti sono oggi morti e sepolti, sia fisicamente sia politicamente. 

Chávez, stroncato giovanissimo, a soli 58 anni, da un cancro. Gheddafi e Berlusconi, politicamente spazzati via entrambi nel 2011 perché scomodi e alternativi: il primo ucciso dalla violenza dei guerriglieri e dall’intervento della NATO il 20 ottobre 2011, il secondo morto per cause naturali il 12 giugno 2023. Ahmadinejad, che non era un ayatollah, parlava direttamente al popolo e cercava di rafforzare l’esecutivo a scapito del clero, dei Guardiani della Rivoluzione e dei centri di potere religiosi. 

Era diventato incompatibile con l’equilibrio della teocrazia iraniana perché troppo popolare e troppo forte, in un sistema che, senza figure di questo tipo, è destinato a implodere, come già è accaduto al chavismo in Venezuela. E uno solo, tra tutti, è sopravvissuto. Perché era ed è il più realista di tutti: il lucido allievo di Machiavelli, l’unico vero punto di riferimento per chi, ancora oggi, sogna un mondo alternativo ma anche profondamente tradizionale: Vladimir Putin. 

Il Presidente della Federazione Russa, infatti, in questo delirio di riposizionamento degli Stati Uniti – che, sia chiaro, non nasce con Trump, ma affonda le proprie radici già nell’epoca della famiglia Clinton – ha avuto la fortuna di incontrare lungo il proprio cammino un altro pragmatico e terribilmente lucido statista: il Tycoon. 

Questi, anziché scatenare una serie infinita di guerre lungo le dorsali degli imperi, ha preferito mettersi d’accordo con gli altri due protagonisti della scena mondiale, ossia la Russia in primo luogo e la Cina in secondo, per dividere il mondo in tre grandi blocchi di influenza, garantendo a ciascuno dei principali imperi sicurezza e tutela dei propri interessi strategici. 

È proprio in questo assetto condominiale che va letto il colpo di mano messo in atto dagli americani l’altra notte a Caracas. Infatti, in cambio del riconoscimento da parte di Mosca e Pechino della dottrina Monroe, l’intero supercontinente americano – America del Nord, Centro America, America del Sud e Groenlandia – rientra necessariamente ed esclusivamente nelle pertinenze di Washington. 

Così come, per un’operazione transitiva ormai evidente, è pacifico che l’Ucraina debba restare fuori dalla NATO, che l’Europa non possa nuocere alla Federazione Russa e che la Cina possa e debba riappropriarsi dell’isola di Formosa. 

Dunque, anche se Maduro non ne era pienamente consapevole, aveva già firmato la propria condanna politica nel momento stesso in cui, rispetto a Chávez, ha virato verso forme più attigue al socialismo reale che al chavismo delle origini, risultando così fuori tempo e fuori contesto. Questo Delcy Rodríguez lo sa bene ed è per questo che, al di là dei proclami iniziali, è più probabile che sia l’entourage di Maduro, e non l’opposizione guidata da María Corina Machado, a trovarsi a gestire un Venezuela ormai “trumpizzato”. 

Nessuno avrebbe potuto colpire l’autista di Chávez senza il tacito assenso della Russia e di settori vicini allo stesso Maduro. La dinamica di quanto accaduto ricorda da vicino la deposizione del Presidente Assad con il relativo asilo a Mosca. Non mi stupirei, dunque, se in un futuro non lontano anche a Maduro venisse offerto asilo in Russia, non fosse altro che per sottolineare la differenza di sorte che, con ogni probabilità, toccherà a Zelensky. 

In questo contesto, con un bagno di realismo, continuo a non comprendere perché Giorgia Meloni non tenti di prendere il posto di Orbán nella mediazione con il Cremlino. D’altronde, errare è umano, ma perseverare è senz’altro diabolico. L’Italia, infatti, a differenza della Germania, dispone ancora del gasdotto di Tarvisio, proveniente dalla Russia, pienamente funzionante ed efficiente. 

Con il controllo dei pozzi petroliferi venezuelani da parte delle compagnie americane, Caracas è destinata a diventare uno dei principali estrattori di petrolio al mondo, facendo così crollare il prezzo del greggio. In una simile congiuntura favorevole, l’Italia potrebbe tornare ad approvvigionarsi di gas e petrolio a prezzi estremamente competitivi, oltre a poter contare su una manodopera specializzata tra le più economiche del vecchio continente. 

Ciò consentirebbe al nostro Paese di riaprire prospettive di crescita e sviluppo simili a quelle degli anni Ottanta del secolo scorso, mentre Francia e Germania annasperebbero in difficoltà strutturali sempre più evidenti. Ma perché questo accada non possiamo incaponirci, come Maduro, su un mondo che non esiste più e affossarci insieme a Kiev. 

Dobbiamo invece prendere atto che la storia non solo non è finita, ma è ancora governata dai Cesari che, come nell’antica Roma, aprono e chiudono i regni clientes come se stessero cambiando i calzari. Prima lo capiremo, meglio sarà per tutti. 

Lorenzo Valloreja

Il Venezuela, Re Zog e Le Due Sicilie: regimi che implodono di fronte al nemico


Nelle foto: Nicolás Maduro, Delcy Rodriguez, Re Zog di Albania, Federico II di Borbone con Maria Sofia di Baviera, Donald Trump

Il breve attacco Americano e il facile rapimento del Presidente Maduro aprono interrogativi sul futuro governo Venezuelano. Sorprende l'arrendevolezza dell'estabilishment Bolivariano


Il raid notturno di due notti fa in Venezuela, nonostante i ripetuti avvertimenti, ha lasciato sorprese non poche persone comuni e tanti analisti politici.

Trump ci ha abituati a far salire la tensione, per poi accordarsi con la controparte.

Questo era avvenuto durante il suo primo mandato, quando non aveva lesinato insulti e minacce a Kim Jong Un, leader della Corea del Nord. In seguito si era incontrato con lui nel Giugno del 2018 e ne era nato un compromesso sulla proliferazione nucleare e militare nella penisola asiatica. Nell'ambito di quella temporanea distensione i capi delle due Coree si erano incontrati due volte poco prima, ad Aprile e Maggio.

Esiti simili si erano raggiunti nella recente guerra dei dazi, soprattutto con riguardo alla Cina: dopo una serie di rialzi, un equilibrio era stato trovato.

Quello che però stupisce non è l'attacco aereo Americano e le bombe su Caracas, quanto la resa incondizionata dei Venezuelani, che non hanno sparato un colpo per difendere Maduro ed evitare che venisse portato via con tanta facilità.

Non si tratta solo di difendere le sorti di un leader che può essere più o meno amato, persona retta o colpevole: in questa mollezza corrotta i vertici del paese Caraibico hanno rinunciato a difendere la sovranità del proprio paese.

Hanno fatto passare il principio che, sia pure con la forza di una superpotenza, un altro paese può impunemente attaccarli senza farsi un graffio.

Maduro aveva mobilitato sia le varie forze dell'esercito regolare sia le truppe paramilitari di ispirazione civica, volte a sancire la partecipazione attiva del popolo.

Eppure la air force a stelle strisce ha fatto quello che voleva. Ha bombardato Caracas, ha ucciso almeno 40 civili, ha prelevato Maduro e sua moglie dal suo letto e se n'è andata. Tutto molto semplice. Troppo semplice, per non avere dei basisti e la collaborazione di persone che contano.

Rispondere al fuoco e abbattere qualche elicottero, rimandare a casa qualche salma alle famiglie di comuni cittadini americani avrebbe fatto da elemento di pressione verso un governo sconsiderato e un leader eccentrico, con un quadro psichiatrico tutto da delineare.

Donald Trump ha pianificato prima e deciso, con pochi sodali e senza il consulto del parlamento, di attaccare i vicini con una azione rapida e mirata

Si è già parlato molto su come tale gesto sia una piena violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.

Aggiungerei che si tratta di una operazione di una tale brutalità e rozzezza, di tale soverchieria arrogante che la marcia dell'Anschluss, per quanto drammatica e ingiustificabile nel suo quadro storico, sembra avere quasi più logica: almeno una parte degli Austriaci non vedeva negativamente l'unione con un altro pezzo delle popolazioni Germaniche. 

La storiella dei narcotrafficanti invece, su cui non si è mai prodotto uno straccetto di prova, non ha convinto molto nemmeno gli stessi Statunitensi.

Sebbene il regime Bolivariano rimanga ancora in piedi, non si capisce quanto sia imbelle e servile o quanto abbia in serbo di  puntare le armi verso l'invasore.


Le figure chiave del governo di Caracas: traditori, patrioti o gente pragmatica?




È abbastanza plausibile che esecutivo e/o esercito abbiano trattato la cessione di Maduro al nemico per evitare grandi spargimenti di sangue.

Ne conviene che: 

o la Vice Presidente Delcy Rodriguez (ora diventata Presidente)  sta bluffando e dietro alle sue dichiarazioni bellicose sia disponibile a sottomettersi a Washington

o la Casa Bianca si accontenta per ora di aver segnato questo primo punto, confidando che i restanti nemici diventino suoi alleati sotto minaccia.

Del resto il folle magnate Newyorchese ha fatto ben intendere subito dopo l'attacco di essere disposto a tornare e a finire il lavoro con una potenza di fuoco moltiplicata.

In molti parlano, ora, di passaggio alla democrazia: si può usare questa parola quando si prendono ordini da una superpotenza che viene a depredarti?

Maduro come Francesco II e Re Zog




Proprio come Francesco II di Borbone (uomo specchiato) e la sua cerchia nobiliare (infingarda e mediocre) la giunta Bolivariana mi è sembrata troppo impreparata o troppo corrotta per difendere la sovranità del proprio paese: 

in gioco non ci sono tanto i destini di una idea di Stato Socialista, la vita di Maduro o la forma di governo futuro, quanto l'indipendenza di una nazione e la sua gestione delle risorse di idrocarburi con cui si è sostenuta la spesa pubblica finora.

I Venezuelani sono stati ancora più codardi dei Borboni, che almeno
qualche battaglia la combatterono contro i Garibaldini, contro i Savoiardi sopraggiunti dopo lo sbarco a Marsala e contro gli insorti;

poi però, per l'inesperienza di Re Francesco II, per gli errori di politica estera commessi da suo padre e soprattutto per la corruzione degli alti ranghi dell'esercito, questo glorioso e grande stato pluricentenario si dissolse. Rinunciò tra l'altro a combattere contro un nemico che sul campo di battaglia era di gran lunga inferiore.



In una sorta di parallelismo un po' azzardato, l'apparato del Venezuela, come i dirigenti Borbonici, si è mostrato molle, non ha difeso la sua terra, non ha protetto la sua libertà.

Nella stessa maniera Re Zog di Albania, durante l'invasione Italiana del 7-12 Aprile 1939, dimostrò di non essere in grado di organizzare e convincere il proprio esercito a difendersi da una dominazione straniera.

In cinque giorni le milizie Fasciste presero possesso del territorio, incontrando scarsissima resistenza.

Eppure le avvisaglie per quella invasione c'erano state e le ingerenze dello Stivale si erano fatte sentire, negli anni precedenti, in vari modi.


Se Rodriguez è pronta a combattere, la partita è ancora aperta. Il Venezuela non deve difendere Maduro ma la propria indipendenza




Il Venezuela non è un paese tanto piccolo nè facile da controllare militarmente. Conta oltre 33 milioni di abitanti, ha un territorio grande quasi tre volte quello dell'Italia, ha coste, foreste, montagne. Può mobilitare più di mezzo milione di combattenti e ha equipaggiamenti dignitosi, nella media delle nazioni ad esso paragonabili.

Se Trump decidesse di ingaggiare una vera guerra col Venezuela, di sicuro vincerebbe. 

Tuttavia una avventura militare del genere non sarebbe indolore: i suoi ranghi perderebbero centinaia, forse migliaia di uomini.

Tanto basterebbe ad alienargli una buona fetta della opinione pubblica interna.

Il Congresso potrebbe addirittura voltargli le spalle e costringerlo a dimettersi. 

Potrebbe anche rimanere in sella, ma di grattacapi seri ne avrebbe comunque e la sua popolarità ne risentirebbe.

Il punto è: il Venezuela vuole davvero difendersi?  Se fa sul serio, come emerge dai discorsi della presidente Rodriguez e del Ministro della Difesa Lopez, i giochi sono aperti: Trump potrebbe decidere di non rischiare lo scontro aperto.

In tal caso Caracas rimarrebbe indipendente. Da Maduro ci si libera, dagli Americani no.

domenica 4 gennaio 2026

Strage di Crans-Montana: La Svizzera non è infallibile. Nemmeno noi adulti.

La strage di Capodanno in Svizzera – presso la discoteca Le Constellation di Crans-Montana – ha messo drammaticamente in atto il principio de “La livella” di Totò, secondo il quale la morte, quando colpisce, prende ovunque si appoggi: dai bassifondi di Napoli alle località esclusive delle Alpi svizzere, nessuno è esente. Perché, diciamocela tutta: chi mai avrebbe potuto immaginare che una simile tragedia potesse verificarsi nella civilissima e invidiatissima Svizzera? 

E invece… questa tragedia ci ha riportato con i piedi per terra e ci ha fatto capire, oggi più che mai, che tutto il mondo è Paese; anzi, che l’Italia, la quale certamente non brilla per organizzazione, non è poi quel luogo così disorganizzato e ridicolo che ogni arcitaliano si affretta a descrivere, se poi, dal luogo della disgrazia, molti ustionati sono stati trasportati d’urgenza in elicottero in Italia, all’Ospedale Niguarda di Milano. 

E sì, perché per chi non lo sapesse, in Svizzera – che ha un sistema sanitario funzionante in modo assicurativo, decentralizzato e obbligatorio, con una forte combinazione di pubblico e privato – esistono soltanto due grandi centri specializzati per grandi ustionati, riconosciuti a livello nazionale: l’Universitätsspital Zürich e il Centre hospitalier universitaire vaudois (CHUV). 

In genere, all’interno di ciascun centro, vi sono solo una dozzina di posti letto disponibili, che possono arrivare a circa trenta esclusivamente in situazioni critiche. E questo nonostante la strage del traforo del San Gottardo dell’11 ottobre 2001, quando un camion e un furgone si scontrarono all’interno del tunnel stradale, causando un incendio di eccezionale violenza, alimentato dal carico del camion stesso. 

Le altissime temperature, superiori ai 1.000 °C, provocarono il crollo di parte della volta e la morte di undici persone. Anche in quel caso le autorità elvetiche si dimostrarono impotenti, e il tema della prevenzione antincendio emerse come uno dei talloni d’Achille della Confederazione Elvetica. 

Infatti, come può mai una candela pirotecnica – una delle tante che si usano anche in Italia in tutte le discoteche, portate come fiaccole da avvenenti cameriere ai cosiddetti “tavoli” – appiccare un incendio solo perché la fiamma della suddetta candela tocca il solaio? 

Non bisogna essere ingegneri o pompieri per sapere che, normalmente, ciò è impossibile, sia che il solaio sia in muratura, sia che sia in legno; ben altra cosa è il caso in cui esso sia rivestito da materiale altamente infiammabile, come polistirolo o tessuti vari e, dunque, non a norma. 

Così come non era a norma il fatto che un locale di quella risma avesse una sola entrata, che fungeva anche da uscita, senza finestre né estintori, né altre basilari accortezze di sicurezza. 

Come ha potuto, dunque, una simile attività, nella civilissima e ricchissima Svizzera, ottenere tutti i permessi necessari per operare? Parliamo di un locale frequentato dalla crème de la crème europea… mica pizza e fichi. È quindi presumibile che la “manina”, tanto famosa in Italia per le buste, sia, benché meno celebre oltralpe, allo stesso modo presente e attiva. 

E, come nella tanto vituperata Italia, anche lì fa danni. Anche mortali. Ma se questa è una responsabilità da addurre, per dirla sempre alla Totò, ai soliti “ragionier Casoria”, vi è anche una responsabilità da imputare a tutti noi adulti, a questa società che – forse per la cancel culture, forse perché è più comodo – si è stufata troppo presto di educare e di dire dei no. 

E sì, perché potrà sembrare cinico, antipatico, da iene o da sciacalli, ma qualcuno dovrà pur dirlo: vi sembra normale che dei minorenni – infatti la maggioranza delle persone coinvolte aveva, e ha, un’età compresa tra i 16 e i 18 anni – fossero lì, da soli (cioè con i propri coetanei), a festeggiare il Capodanno con lo champagne? No, dico: lo champagne è alcolico, e dei minori non dovrebbero neppure berlo. E poi, comprarselo con quali soldi? Non parliamo di Coca-Cola, di Fanta o di altre amenità simili, ma di superalcolici comprati e consumati da soli, lontano dagli occhi dei genitori. A voi sembra normale? A me no, neppure se questi sono figli di persone che possono permetterselo, perché i ragazzini dovrebbero fare i ragazzini e non gli adulti. 

E già, ma questa è la stessa società che vorrebbe patentare gli stessi ragazzini a 16 anni, che chiude gli occhi sul fatto che gli stessi, il sabato sera, si “sfascino” puntualmente di alcol e droghe, purché tornino sani e salvi a casa, perché chi guida tra i maggiorenni deve essere sobrio a sua volta per senso di responsabilità. È la stessa responsabilità che esercitiamo nel consentire che si accoppino nelle nostre case, in rapporti completi, perché talune signore, come dicono, ritengono che “sia meglio che lo facciano dentro queste quattro mura piuttosto che per strada”. 

Ma la verità è un’altra: la mia generazione, fatta di Peter Pan, non vuole perdere tempo a essere padre o madre, perché vuole farsi i fatti propri, cioè ballare a sua volta, uscire, divertirsi, possibilmente senza figli. Poi, quando succede la tragedia, la generazione dei genitori, per empatia, accende candele, organizza fiaccolate, scrive messaggini di solidarietà… e chi si è visto si è visto. 

Ma se non accettiamo che siamo noi il problema, le cose che sono accadute accadranno di nuovo. Deve tornare la regola del NO. A 16 anni? Capodanno con mamma e papà, e con i figli degli amici di mamma e papà. 

Lo so: è faticoso per loro ed è faticoso per noi. Ma quante volte io, da ragazzo, mi sono dovuto anche annoiare con i miei… eppure non sono morto. La noia è un dono: spesso fa nascere la creatività. Invece oggi abbiamo il terrore della noia. 

Che stupidi che siamo. Sono antiquato? Cattivo? Non capisco niente? Potrebbe anche essere. Però voglio lasciarvi con una riflessione che mi è sorta vedendo le immagini, in esclusiva sul TG3, dello scoppio dell’incendio: 

la candela tocca il soffitto, partono le prime fiamme sul solaio… la musica suona; un ragazzo di colore cerca di spegnere le fiamme con un tovagliolo… le fiamme si allargano… la musica suona; 

i ragazzi, anziché tentare anche loro di spegnerle o di scappare, sono intenti a riprendere la scena con i loro cellulari. La morte si avvicina e loro la riprendono. Perché? Perché non sono in grado di capire. E perché non sono in grado di capire? Perché hanno 16 anni. Punto. Alla fine della serata si conteranno almeno 40 morti e oltre 100 feriti. 

Hai voglia a piangere lacrime di coccodrillo. 

Lorenzo Valloreja