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domenica 4 gennaio 2026

Strage di Crans-Montana: La Svizzera non è infallibile. Nemmeno noi adulti.

La strage di Capodanno in Svizzera – presso la discoteca Le Constellation di Crans-Montana – ha messo drammaticamente in atto il principio de “La livella” di Totò, secondo il quale la morte, quando colpisce, prende ovunque si appoggi: dai bassifondi di Napoli alle località esclusive delle Alpi svizzere, nessuno è esente. Perché, diciamocela tutta: chi mai avrebbe potuto immaginare che una simile tragedia potesse verificarsi nella civilissima e invidiatissima Svizzera? 

E invece… questa tragedia ci ha riportato con i piedi per terra e ci ha fatto capire, oggi più che mai, che tutto il mondo è Paese; anzi, che l’Italia, la quale certamente non brilla per organizzazione, non è poi quel luogo così disorganizzato e ridicolo che ogni arcitaliano si affretta a descrivere, se poi, dal luogo della disgrazia, molti ustionati sono stati trasportati d’urgenza in elicottero in Italia, all’Ospedale Niguarda di Milano. 

E sì, perché per chi non lo sapesse, in Svizzera – che ha un sistema sanitario funzionante in modo assicurativo, decentralizzato e obbligatorio, con una forte combinazione di pubblico e privato – esistono soltanto due grandi centri specializzati per grandi ustionati, riconosciuti a livello nazionale: l’Universitätsspital Zürich e il Centre hospitalier universitaire vaudois (CHUV). 

In genere, all’interno di ciascun centro, vi sono solo una dozzina di posti letto disponibili, che possono arrivare a circa trenta esclusivamente in situazioni critiche. E questo nonostante la strage del traforo del San Gottardo dell’11 ottobre 2001, quando un camion e un furgone si scontrarono all’interno del tunnel stradale, causando un incendio di eccezionale violenza, alimentato dal carico del camion stesso. 

Le altissime temperature, superiori ai 1.000 °C, provocarono il crollo di parte della volta e la morte di undici persone. Anche in quel caso le autorità elvetiche si dimostrarono impotenti, e il tema della prevenzione antincendio emerse come uno dei talloni d’Achille della Confederazione Elvetica. 

Infatti, come può mai una candela pirotecnica – una delle tante che si usano anche in Italia in tutte le discoteche, portate come fiaccole da avvenenti cameriere ai cosiddetti “tavoli” – appiccare un incendio solo perché la fiamma della suddetta candela tocca il solaio? 

Non bisogna essere ingegneri o pompieri per sapere che, normalmente, ciò è impossibile, sia che il solaio sia in muratura, sia che sia in legno; ben altra cosa è il caso in cui esso sia rivestito da materiale altamente infiammabile, come polistirolo o tessuti vari e, dunque, non a norma. 

Così come non era a norma il fatto che un locale di quella risma avesse una sola entrata, che fungeva anche da uscita, senza finestre né estintori, né altre basilari accortezze di sicurezza. 

Come ha potuto, dunque, una simile attività, nella civilissima e ricchissima Svizzera, ottenere tutti i permessi necessari per operare? Parliamo di un locale frequentato dalla crème de la crème europea… mica pizza e fichi. È quindi presumibile che la “manina”, tanto famosa in Italia per le buste, sia, benché meno celebre oltralpe, allo stesso modo presente e attiva. 

E, come nella tanto vituperata Italia, anche lì fa danni. Anche mortali. Ma se questa è una responsabilità da addurre, per dirla sempre alla Totò, ai soliti “ragionier Casoria”, vi è anche una responsabilità da imputare a tutti noi adulti, a questa società che – forse per la cancel culture, forse perché è più comodo – si è stufata troppo presto di educare e di dire dei no. 

E sì, perché potrà sembrare cinico, antipatico, da iene o da sciacalli, ma qualcuno dovrà pur dirlo: vi sembra normale che dei minorenni – infatti la maggioranza delle persone coinvolte aveva, e ha, un’età compresa tra i 16 e i 18 anni – fossero lì, da soli (cioè con i propri coetanei), a festeggiare il Capodanno con lo champagne? No, dico: lo champagne è alcolico, e dei minori non dovrebbero neppure berlo. E poi, comprarselo con quali soldi? Non parliamo di Coca-Cola, di Fanta o di altre amenità simili, ma di superalcolici comprati e consumati da soli, lontano dagli occhi dei genitori. A voi sembra normale? A me no, neppure se questi sono figli di persone che possono permetterselo, perché i ragazzini dovrebbero fare i ragazzini e non gli adulti. 

E già, ma questa è la stessa società che vorrebbe patentare gli stessi ragazzini a 16 anni, che chiude gli occhi sul fatto che gli stessi, il sabato sera, si “sfascino” puntualmente di alcol e droghe, purché tornino sani e salvi a casa, perché chi guida tra i maggiorenni deve essere sobrio a sua volta per senso di responsabilità. È la stessa responsabilità che esercitiamo nel consentire che si accoppino nelle nostre case, in rapporti completi, perché talune signore, come dicono, ritengono che “sia meglio che lo facciano dentro queste quattro mura piuttosto che per strada”. 

Ma la verità è un’altra: la mia generazione, fatta di Peter Pan, non vuole perdere tempo a essere padre o madre, perché vuole farsi i fatti propri, cioè ballare a sua volta, uscire, divertirsi, possibilmente senza figli. Poi, quando succede la tragedia, la generazione dei genitori, per empatia, accende candele, organizza fiaccolate, scrive messaggini di solidarietà… e chi si è visto si è visto. 

Ma se non accettiamo che siamo noi il problema, le cose che sono accadute accadranno di nuovo. Deve tornare la regola del NO. A 16 anni? Capodanno con mamma e papà, e con i figli degli amici di mamma e papà. 

Lo so: è faticoso per loro ed è faticoso per noi. Ma quante volte io, da ragazzo, mi sono dovuto anche annoiare con i miei… eppure non sono morto. La noia è un dono: spesso fa nascere la creatività. Invece oggi abbiamo il terrore della noia. 

Che stupidi che siamo. Sono antiquato? Cattivo? Non capisco niente? Potrebbe anche essere. Però voglio lasciarvi con una riflessione che mi è sorta vedendo le immagini, in esclusiva sul TG3, dello scoppio dell’incendio: 

la candela tocca il soffitto, partono le prime fiamme sul solaio… la musica suona; un ragazzo di colore cerca di spegnere le fiamme con un tovagliolo… le fiamme si allargano… la musica suona; 

i ragazzi, anziché tentare anche loro di spegnerle o di scappare, sono intenti a riprendere la scena con i loro cellulari. La morte si avvicina e loro la riprendono. Perché? Perché non sono in grado di capire. E perché non sono in grado di capire? Perché hanno 16 anni. Punto. Alla fine della serata si conteranno almeno 40 morti e oltre 100 feriti. 

Hai voglia a piangere lacrime di coccodrillo. 

Lorenzo Valloreja













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