Ho sempre dubitato, inoltre, della reale volontà dell’ex tenente colonnello dei paracadutisti venezuelani di investire il proprio autista di un incarico tanto importante.
Lo so perché, fin dal lontano 1999 – cioè da quando Chávez fu eletto Presidente per la prima volta – ebbi con lui un’intensa corrispondenza: un dialogo che mi fu accordato da questo gigante dell’anticolonialismo per una comune visione del mondo che, voglio sottolinearlo per chi non lo sapesse, non era socialista nel senso marxista od ortodosso del termine, bensì nazionalista e, per certi versi, peronista.
Chávez aveva infatti come punti di riferimento Gesù Cristo e Mussolini, oltre a condividere con me l’esperienza nel corpo dei paracadutisti: chi indossa il basco amaranto e si lancia nel vuoto da un aeroplano sviluppa un sentire comune, una sensibilità che crea fratellanza anche tra uomini di nazionalità diverse.
Ebbi inoltre l’onore, insieme ad altri pochi italiani – come Marco Rizzo e il compianto Gianni Minà – di essere suo ospite a Roma il 16 ottobre 2005, in occasione della riqualificazione del Monumento sul Monte Sacro dedicato a Simón Bolívar, per il bicentenario del giuramento che lo stesso pronunciò il 15 agosto 1805, come voto per liberare l’America Latina dal dominio spagnolo.
Erano quelli gli anni in cui Chávez, Gheddafi, Ahmadinejad e Putin davano vita a un reale multilateralismo alternativo agli Stati Uniti, con una Cina che non era ancora la Cina di oggi e con un Berlusconi sornione che, un po’ per capacità propria e un po’ perché – grazie a questi grandi leader – le condizioni lo permettevano, consentiva all’Italia, quasi in un ritorno di fiamma del mitico CAF, il lusso di fare da cerniera tra l’intransigente Bush e questo mondo alternativo.
Un’epoca ormai scomparsa, nella quale non solo ho creduto profondamente, ma per la quale ho sempre lavorato e continuo a lavorare affinché le condizioni possano tornare, per il bene dell’Italia e dell’umanità intera.
Fatto sta che quasi tutti quei giganti sono oggi morti e sepolti, sia fisicamente sia politicamente.
Chávez, stroncato giovanissimo, a soli 58 anni, da un cancro.
Gheddafi e Berlusconi, politicamente spazzati via entrambi nel 2011 perché scomodi e alternativi: il primo ucciso dalla violenza dei guerriglieri e dall’intervento della NATO il 20 ottobre 2011, il secondo morto per cause naturali il 12 giugno 2023.
Ahmadinejad, che non era un ayatollah, parlava direttamente al popolo e cercava di rafforzare l’esecutivo a scapito del clero, dei Guardiani della Rivoluzione e dei centri di potere religiosi.
Era diventato incompatibile con l’equilibrio della teocrazia iraniana perché troppo popolare e troppo forte, in un sistema che, senza figure di questo tipo, è destinato a implodere, come già è accaduto al chavismo in Venezuela.
E uno solo, tra tutti, è sopravvissuto. Perché era ed è il più realista di tutti: il lucido allievo di Machiavelli, l’unico vero punto di riferimento per chi, ancora oggi, sogna un mondo alternativo ma anche profondamente tradizionale: Vladimir Putin.
Il Presidente della Federazione Russa, infatti, in questo delirio di riposizionamento degli Stati Uniti – che, sia chiaro, non nasce con Trump, ma affonda le proprie radici già nell’epoca della famiglia Clinton – ha avuto la fortuna di incontrare lungo il proprio cammino un altro pragmatico e terribilmente lucido statista: il Tycoon.
Questi, anziché scatenare una serie infinita di guerre lungo le dorsali degli imperi, ha preferito mettersi d’accordo con gli altri due protagonisti della scena mondiale, ossia la Russia in primo luogo e la Cina in secondo, per dividere il mondo in tre grandi blocchi di influenza, garantendo a ciascuno dei principali imperi sicurezza e tutela dei propri interessi strategici.
È proprio in questo assetto condominiale che va letto il colpo di mano messo in atto dagli americani l’altra notte a Caracas.
Infatti, in cambio del riconoscimento da parte di Mosca e Pechino della dottrina Monroe, l’intero supercontinente americano – America del Nord, Centro America, America del Sud e Groenlandia – rientra necessariamente ed esclusivamente nelle pertinenze di Washington.
Così come, per un’operazione transitiva ormai evidente, è pacifico che l’Ucraina debba restare fuori dalla NATO, che l’Europa non possa nuocere alla Federazione Russa e che la Cina possa e debba riappropriarsi dell’isola di Formosa.
Dunque, anche se Maduro non ne era pienamente consapevole, aveva già firmato la propria condanna politica nel momento stesso in cui, rispetto a Chávez, ha virato verso forme più attigue al socialismo reale che al chavismo delle origini, risultando così fuori tempo e fuori contesto. Questo Delcy Rodríguez lo sa bene ed è per questo che, al di là dei proclami iniziali, è più probabile che sia l’entourage di Maduro, e non l’opposizione guidata da María Corina Machado, a trovarsi a gestire un Venezuela ormai “trumpizzato”.
Nessuno avrebbe potuto colpire l’autista di Chávez senza il tacito assenso della Russia e di settori vicini allo stesso Maduro. La dinamica di quanto accaduto ricorda da vicino la deposizione del Presidente Assad con il relativo asilo a Mosca. Non mi stupirei, dunque, se in un futuro non lontano anche a Maduro venisse offerto asilo in Russia, non fosse altro che per sottolineare la differenza di sorte che, con ogni probabilità, toccherà a Zelensky.
In questo contesto, con un bagno di realismo, continuo a non comprendere perché Giorgia Meloni non tenti di prendere il posto di Orbán nella mediazione con il Cremlino. D’altronde, errare è umano, ma perseverare è senz’altro diabolico.
L’Italia, infatti, a differenza della Germania, dispone ancora del gasdotto di Tarvisio, proveniente dalla Russia, pienamente funzionante ed efficiente.
Con il controllo dei pozzi petroliferi venezuelani da parte delle compagnie americane, Caracas è destinata a diventare uno dei principali estrattori di petrolio al mondo, facendo così crollare il prezzo del greggio. In una simile congiuntura favorevole, l’Italia potrebbe tornare ad approvvigionarsi di gas e petrolio a prezzi estremamente competitivi, oltre a poter contare su una manodopera specializzata tra le più economiche del vecchio continente.
Ciò consentirebbe al nostro Paese di riaprire prospettive di crescita e sviluppo simili a quelle degli anni Ottanta del secolo scorso, mentre Francia e Germania annasperebbero in difficoltà strutturali sempre più evidenti. Ma perché questo accada non possiamo incaponirci, come Maduro, su un mondo che non esiste più e affossarci insieme a Kiev.
Dobbiamo invece prendere atto che la storia non solo non è finita, ma è ancora governata dai Cesari che, come nell’antica Roma, aprono e chiudono i regni clientes come se stessero cambiando i calzari.
Prima lo capiremo, meglio sarà per tutti.
Lorenzo Valloreja
Nessun commento:
Posta un commento