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lunedì 5 gennaio 2026

Maduro non è Chavez. È per questo che il mondo multipolare è fallito (almeno per ora)


Nella foto: Hugo Chavez


Con il sequestro di Nicolás Maduro da parte della Delta Force americana si chiude definitivamente ogni barlume del sogno chavista in Sud America e nel resto del mondo, benché vada specificato che l’attuale Presidente del Venezuela non è mai stato neppure lontanamente l’ombra del grande rivoluzionario Hugo Chávez. 

Ho sempre dubitato, inoltre, della reale volontà dell’ex tenente colonnello dei paracadutisti venezuelani di investire il proprio autista di un incarico tanto importante. 

Lo so perché, fin dal lontano 1999 – cioè da quando Chávez fu eletto Presidente per la prima volta – ebbi con lui un’intensa corrispondenza: un dialogo che mi fu accordato da questo gigante dell’anticolonialismo per una comune visione del mondo che, voglio sottolinearlo per chi non lo sapesse, non era socialista nel senso marxista od ortodosso del termine, bensì nazionalista e, per certi versi, peronista. 

Chávez aveva infatti come punti di riferimento Gesù Cristo e Mussolini, oltre a condividere con me l’esperienza nel corpo dei paracadutisti: chi indossa il basco amaranto e si lancia nel vuoto da un aeroplano sviluppa un sentire comune, una sensibilità che crea fratellanza anche tra uomini di nazionalità diverse. Ebbi inoltre l’onore, insieme ad altri pochi italiani – come Marco Rizzo e il compianto Gianni Minà – di essere suo ospite a Roma il 16 ottobre 2005, in occasione della riqualificazione del Monumento sul Monte Sacro dedicato a Simón Bolívar, per il bicentenario del giuramento che lo stesso pronunciò il 15 agosto 1805, come voto per liberare l’America Latina dal dominio spagnolo. 

Erano quelli gli anni in cui Chávez, Gheddafi, Ahmadinejad e Putin davano vita a un reale multilateralismo alternativo agli Stati Uniti, con una Cina che non era ancora la Cina di oggi e con un Berlusconi sornione che, un po’ per capacità propria e un po’ perché – grazie a questi grandi leader – le condizioni lo permettevano, consentiva all’Italia, quasi in un ritorno di fiamma del mitico CAF, il lusso di fare da cerniera tra l’intransigente Bush e questo mondo alternativo. 

Un’epoca ormai scomparsa, nella quale non solo ho creduto profondamente, ma per la quale ho sempre lavorato e continuo a lavorare affinché le condizioni possano tornare, per il bene dell’Italia e dell’umanità intera. Fatto sta che quasi tutti quei giganti sono oggi morti e sepolti, sia fisicamente sia politicamente. 

Chávez, stroncato giovanissimo, a soli 58 anni, da un cancro. Gheddafi e Berlusconi, politicamente spazzati via entrambi nel 2011 perché scomodi e alternativi: il primo ucciso dalla violenza dei guerriglieri e dall’intervento della NATO il 20 ottobre 2011, il secondo morto per cause naturali il 12 giugno 2023. Ahmadinejad, che non era un ayatollah, parlava direttamente al popolo e cercava di rafforzare l’esecutivo a scapito del clero, dei Guardiani della Rivoluzione e dei centri di potere religiosi. 

Era diventato incompatibile con l’equilibrio della teocrazia iraniana perché troppo popolare e troppo forte, in un sistema che, senza figure di questo tipo, è destinato a implodere, come già è accaduto al chavismo in Venezuela. E uno solo, tra tutti, è sopravvissuto. Perché era ed è il più realista di tutti: il lucido allievo di Machiavelli, l’unico vero punto di riferimento per chi, ancora oggi, sogna un mondo alternativo ma anche profondamente tradizionale: Vladimir Putin. 

Il Presidente della Federazione Russa, infatti, in questo delirio di riposizionamento degli Stati Uniti – che, sia chiaro, non nasce con Trump, ma affonda le proprie radici già nell’epoca della famiglia Clinton – ha avuto la fortuna di incontrare lungo il proprio cammino un altro pragmatico e terribilmente lucido statista: il Tycoon. 

Questi, anziché scatenare una serie infinita di guerre lungo le dorsali degli imperi, ha preferito mettersi d’accordo con gli altri due protagonisti della scena mondiale, ossia la Russia in primo luogo e la Cina in secondo, per dividere il mondo in tre grandi blocchi di influenza, garantendo a ciascuno dei principali imperi sicurezza e tutela dei propri interessi strategici. 

È proprio in questo assetto condominiale che va letto il colpo di mano messo in atto dagli americani l’altra notte a Caracas. Infatti, in cambio del riconoscimento da parte di Mosca e Pechino della dottrina Monroe, l’intero supercontinente americano – America del Nord, Centro America, America del Sud e Groenlandia – rientra necessariamente ed esclusivamente nelle pertinenze di Washington. 

Così come, per un’operazione transitiva ormai evidente, è pacifico che l’Ucraina debba restare fuori dalla NATO, che l’Europa non possa nuocere alla Federazione Russa e che la Cina possa e debba riappropriarsi dell’isola di Formosa. 

Dunque, anche se Maduro non ne era pienamente consapevole, aveva già firmato la propria condanna politica nel momento stesso in cui, rispetto a Chávez, ha virato verso forme più attigue al socialismo reale che al chavismo delle origini, risultando così fuori tempo e fuori contesto. Questo Delcy Rodríguez lo sa bene ed è per questo che, al di là dei proclami iniziali, è più probabile che sia l’entourage di Maduro, e non l’opposizione guidata da María Corina Machado, a trovarsi a gestire un Venezuela ormai “trumpizzato”. 

Nessuno avrebbe potuto colpire l’autista di Chávez senza il tacito assenso della Russia e di settori vicini allo stesso Maduro. La dinamica di quanto accaduto ricorda da vicino la deposizione del Presidente Assad con il relativo asilo a Mosca. Non mi stupirei, dunque, se in un futuro non lontano anche a Maduro venisse offerto asilo in Russia, non fosse altro che per sottolineare la differenza di sorte che, con ogni probabilità, toccherà a Zelensky. 

In questo contesto, con un bagno di realismo, continuo a non comprendere perché Giorgia Meloni non tenti di prendere il posto di Orbán nella mediazione con il Cremlino. D’altronde, errare è umano, ma perseverare è senz’altro diabolico. L’Italia, infatti, a differenza della Germania, dispone ancora del gasdotto di Tarvisio, proveniente dalla Russia, pienamente funzionante ed efficiente. 

Con il controllo dei pozzi petroliferi venezuelani da parte delle compagnie americane, Caracas è destinata a diventare uno dei principali estrattori di petrolio al mondo, facendo così crollare il prezzo del greggio. In una simile congiuntura favorevole, l’Italia potrebbe tornare ad approvvigionarsi di gas e petrolio a prezzi estremamente competitivi, oltre a poter contare su una manodopera specializzata tra le più economiche del vecchio continente. 

Ciò consentirebbe al nostro Paese di riaprire prospettive di crescita e sviluppo simili a quelle degli anni Ottanta del secolo scorso, mentre Francia e Germania annasperebbero in difficoltà strutturali sempre più evidenti. Ma perché questo accada non possiamo incaponirci, come Maduro, su un mondo che non esiste più e affossarci insieme a Kiev. 

Dobbiamo invece prendere atto che la storia non solo non è finita, ma è ancora governata dai Cesari che, come nell’antica Roma, aprono e chiudono i regni clientes come se stessero cambiando i calzari. Prima lo capiremo, meglio sarà per tutti. 

Lorenzo Valloreja

Il Venezuela, Re Zog e Le Due Sicilie: regimi che implodono di fronte al nemico


Nelle foto: Nicolás Maduro, Delcy Rodriguez, Re Zog di Albania, Federico II di Borbone con Maria Sofia di Baviera, Donald Trump

Il breve attacco Americano e il facile rapimento del Presidente Maduro aprono interrogativi sul futuro governo Venezuelano. Sorprende l'arrendevolezza dell'estabilishment Bolivariano


Il raid notturno di due notti fa in Venezuela, nonostante i ripetuti avvertimenti, ha lasciato sorprese non poche persone comuni e tanti analisti politici.

Trump ci ha abituati a far salire la tensione, per poi accordarsi con la controparte.

Questo era avvenuto durante il suo primo mandato, quando non aveva lesinato insulti e minacce a Kim Jong Un, leader della Corea del Nord. In seguito si era incontrato con lui nel Giugno del 2018 e ne era nato un compromesso sulla proliferazione nucleare e militare nella penisola asiatica. Nell'ambito di quella temporanea distensione i capi delle due Coree si erano incontrati due volte poco prima, ad Aprile e Maggio.

Esiti simili si erano raggiunti nella recente guerra dei dazi, soprattutto con riguardo alla Cina: dopo una serie di rialzi, un equilibrio era stato trovato.

Quello che però stupisce non è l'attacco aereo Americano e le bombe su Caracas, quanto la resa incondizionata dei Venezuelani, che non hanno sparato un colpo per difendere Maduro ed evitare che venisse portato via con tanta facilità.

Non si tratta solo di difendere le sorti di un leader che può essere più o meno amato, persona retta o colpevole: in questa mollezza corrotta i vertici del paese Caraibico hanno rinunciato a difendere la sovranità del proprio paese.

Hanno fatto passare il principio che, sia pure con la forza di una superpotenza, un altro paese può impunemente attaccarli senza farsi un graffio.

Maduro aveva mobilitato sia le varie forze dell'esercito regolare sia le truppe paramilitari di ispirazione civica, volte a sancire la partecipazione attiva del popolo.

Eppure la air force a stelle strisce ha fatto quello che voleva. Ha bombardato Caracas, ha ucciso almeno 40 civili, ha prelevato Maduro e sua moglie dal suo letto e se n'è andata. Tutto molto semplice. Troppo semplice, per non avere dei basisti e la collaborazione di persone che contano.

Rispondere al fuoco e abbattere qualche elicottero, rimandare a casa qualche salma alle famiglie di comuni cittadini americani avrebbe fatto da elemento di pressione verso un governo sconsiderato e un leader eccentrico, con un quadro psichiatrico tutto da delineare.

Donald Trump ha pianificato prima e deciso, con pochi sodali e senza il consulto del parlamento, di attaccare i vicini con una azione rapida e mirata

Si è già parlato molto su come tale gesto sia una piena violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale.

Aggiungerei che si tratta di una operazione di una tale brutalità e rozzezza, di tale soverchieria arrogante che la marcia dell'Anschluss, per quanto drammatica e ingiustificabile nel suo quadro storico, sembra avere quasi più logica: almeno una parte degli Austriaci non vedeva negativamente l'unione con un altro pezzo delle popolazioni Germaniche. 

La storiella dei narcotrafficanti invece, su cui non si è mai prodotto uno straccetto di prova, non ha convinto molto nemmeno gli stessi Statunitensi.

Sebbene il regime Bolivariano rimanga ancora in piedi, non si capisce quanto sia imbelle e servile o quanto abbia in serbo di  puntare le armi verso l'invasore.


Le figure chiave del governo di Caracas: traditori, patrioti o gente pragmatica?




È abbastanza plausibile che esecutivo e/o esercito abbiano trattato la cessione di Maduro al nemico per evitare grandi spargimenti di sangue.

Ne conviene che: 

o la Vice Presidente Delcy Rodriguez (ora diventata Presidente)  sta bluffando e dietro alle sue dichiarazioni bellicose sia disponibile a sottomettersi a Washington

o la Casa Bianca si accontenta per ora di aver segnato questo primo punto, confidando che i restanti nemici diventino suoi alleati sotto minaccia.

Del resto il folle magnate Newyorchese ha fatto ben intendere subito dopo l'attacco di essere disposto a tornare e a finire il lavoro con una potenza di fuoco moltiplicata.

In molti parlano, ora, di passaggio alla democrazia: si può usare questa parola quando si prendono ordini da una superpotenza che viene a depredarti?

Maduro come Francesco II e Re Zog




Proprio come Francesco II di Borbone (uomo specchiato) e la sua cerchia nobiliare (infingarda e mediocre) la giunta Bolivariana mi è sembrata troppo impreparata o troppo corrotta per difendere la sovranità del proprio paese: 

in gioco non ci sono tanto i destini di una idea di Stato Socialista, la vita di Maduro o la forma di governo futuro, quanto l'indipendenza di una nazione e la sua gestione delle risorse di idrocarburi con cui si è sostenuta la spesa pubblica finora.

I Venezuelani sono stati ancora più codardi dei Borboni, che almeno
qualche battaglia la combatterono contro i Garibaldini, contro i Savoiardi sopraggiunti dopo lo sbarco a Marsala e contro gli insorti;

poi però, per l'inesperienza di Re Francesco II, per gli errori di politica estera commessi da suo padre e soprattutto per la corruzione degli alti ranghi dell'esercito, questo glorioso e grande stato pluricentenario si dissolse. Rinunciò tra l'altro a combattere contro un nemico che sul campo di battaglia era di gran lunga inferiore.



In una sorta di parallelismo un po' azzardato, l'apparato del Venezuela, come i dirigenti Borbonici, si è mostrato molle, non ha difeso la sua terra, non ha protetto la sua libertà.

Nella stessa maniera Re Zog di Albania, durante l'invasione Italiana del 7-12 Aprile 1939, dimostrò di non essere in grado di organizzare e convincere il proprio esercito a difendersi da una dominazione straniera.

In cinque giorni le milizie Fasciste presero possesso del territorio, incontrando scarsissima resistenza.

Eppure le avvisaglie per quella invasione c'erano state e le ingerenze dello Stivale si erano fatte sentire, negli anni precedenti, in vari modi.


Se Rodriguez è pronta a combattere, la partita è ancora aperta. Il Venezuela non deve difendere Maduro ma la propria indipendenza




Il Venezuela non è un paese tanto piccolo nè facile da controllare militarmente. Conta oltre 33 milioni di abitanti, ha un territorio grande quasi tre volte quello dell'Italia, ha coste, foreste, montagne. Può mobilitare più di mezzo milione di combattenti e ha equipaggiamenti dignitosi, nella media delle nazioni ad esso paragonabili.

Se Trump decidesse di ingaggiare una vera guerra col Venezuela, di sicuro vincerebbe. 

Tuttavia una avventura militare del genere non sarebbe indolore: i suoi ranghi perderebbero centinaia, forse migliaia di uomini.

Tanto basterebbe ad alienargli una buona fetta della opinione pubblica interna.

Il Congresso potrebbe addirittura voltargli le spalle e costringerlo a dimettersi. 

Potrebbe anche rimanere in sella, ma di grattacapi seri ne avrebbe comunque e la sua popolarità ne risentirebbe.

Il punto è: il Venezuela vuole davvero difendersi?  Se fa sul serio, come emerge dai discorsi della presidente Rodriguez e del Ministro della Difesa Lopez, i giochi sono aperti: Trump potrebbe decidere di non rischiare lo scontro aperto.

In tal caso Caracas rimarrebbe indipendente. Da Maduro ci si libera, dagli Americani no.

domenica 4 gennaio 2026

Strage di Crans-Montana: La Svizzera non è infallibile. Nemmeno noi adulti.

La strage di Capodanno in Svizzera – presso la discoteca Le Constellation di Crans-Montana – ha messo drammaticamente in atto il principio de “La livella” di Totò, secondo il quale la morte, quando colpisce, prende ovunque si appoggi: dai bassifondi di Napoli alle località esclusive delle Alpi svizzere, nessuno è esente. Perché, diciamocela tutta: chi mai avrebbe potuto immaginare che una simile tragedia potesse verificarsi nella civilissima e invidiatissima Svizzera? 

E invece… questa tragedia ci ha riportato con i piedi per terra e ci ha fatto capire, oggi più che mai, che tutto il mondo è Paese; anzi, che l’Italia, la quale certamente non brilla per organizzazione, non è poi quel luogo così disorganizzato e ridicolo che ogni arcitaliano si affretta a descrivere, se poi, dal luogo della disgrazia, molti ustionati sono stati trasportati d’urgenza in elicottero in Italia, all’Ospedale Niguarda di Milano. 

E sì, perché per chi non lo sapesse, in Svizzera – che ha un sistema sanitario funzionante in modo assicurativo, decentralizzato e obbligatorio, con una forte combinazione di pubblico e privato – esistono soltanto due grandi centri specializzati per grandi ustionati, riconosciuti a livello nazionale: l’Universitätsspital Zürich e il Centre hospitalier universitaire vaudois (CHUV). 

In genere, all’interno di ciascun centro, vi sono solo una dozzina di posti letto disponibili, che possono arrivare a circa trenta esclusivamente in situazioni critiche. E questo nonostante la strage del traforo del San Gottardo dell’11 ottobre 2001, quando un camion e un furgone si scontrarono all’interno del tunnel stradale, causando un incendio di eccezionale violenza, alimentato dal carico del camion stesso. 

Le altissime temperature, superiori ai 1.000 °C, provocarono il crollo di parte della volta e la morte di undici persone. Anche in quel caso le autorità elvetiche si dimostrarono impotenti, e il tema della prevenzione antincendio emerse come uno dei talloni d’Achille della Confederazione Elvetica. 

Infatti, come può mai una candela pirotecnica – una delle tante che si usano anche in Italia in tutte le discoteche, portate come fiaccole da avvenenti cameriere ai cosiddetti “tavoli” – appiccare un incendio solo perché la fiamma della suddetta candela tocca il solaio? 

Non bisogna essere ingegneri o pompieri per sapere che, normalmente, ciò è impossibile, sia che il solaio sia in muratura, sia che sia in legno; ben altra cosa è il caso in cui esso sia rivestito da materiale altamente infiammabile, come polistirolo o tessuti vari e, dunque, non a norma. 

Così come non era a norma il fatto che un locale di quella risma avesse una sola entrata, che fungeva anche da uscita, senza finestre né estintori, né altre basilari accortezze di sicurezza. 

Come ha potuto, dunque, una simile attività, nella civilissima e ricchissima Svizzera, ottenere tutti i permessi necessari per operare? Parliamo di un locale frequentato dalla crème de la crème europea… mica pizza e fichi. È quindi presumibile che la “manina”, tanto famosa in Italia per le buste, sia, benché meno celebre oltralpe, allo stesso modo presente e attiva. 

E, come nella tanto vituperata Italia, anche lì fa danni. Anche mortali. Ma se questa è una responsabilità da addurre, per dirla sempre alla Totò, ai soliti “ragionier Casoria”, vi è anche una responsabilità da imputare a tutti noi adulti, a questa società che – forse per la cancel culture, forse perché è più comodo – si è stufata troppo presto di educare e di dire dei no. 

E sì, perché potrà sembrare cinico, antipatico, da iene o da sciacalli, ma qualcuno dovrà pur dirlo: vi sembra normale che dei minorenni – infatti la maggioranza delle persone coinvolte aveva, e ha, un’età compresa tra i 16 e i 18 anni – fossero lì, da soli (cioè con i propri coetanei), a festeggiare il Capodanno con lo champagne? No, dico: lo champagne è alcolico, e dei minori non dovrebbero neppure berlo. E poi, comprarselo con quali soldi? Non parliamo di Coca-Cola, di Fanta o di altre amenità simili, ma di superalcolici comprati e consumati da soli, lontano dagli occhi dei genitori. A voi sembra normale? A me no, neppure se questi sono figli di persone che possono permetterselo, perché i ragazzini dovrebbero fare i ragazzini e non gli adulti. 

E già, ma questa è la stessa società che vorrebbe patentare gli stessi ragazzini a 16 anni, che chiude gli occhi sul fatto che gli stessi, il sabato sera, si “sfascino” puntualmente di alcol e droghe, purché tornino sani e salvi a casa, perché chi guida tra i maggiorenni deve essere sobrio a sua volta per senso di responsabilità. È la stessa responsabilità che esercitiamo nel consentire che si accoppino nelle nostre case, in rapporti completi, perché talune signore, come dicono, ritengono che “sia meglio che lo facciano dentro queste quattro mura piuttosto che per strada”. 

Ma la verità è un’altra: la mia generazione, fatta di Peter Pan, non vuole perdere tempo a essere padre o madre, perché vuole farsi i fatti propri, cioè ballare a sua volta, uscire, divertirsi, possibilmente senza figli. Poi, quando succede la tragedia, la generazione dei genitori, per empatia, accende candele, organizza fiaccolate, scrive messaggini di solidarietà… e chi si è visto si è visto. 

Ma se non accettiamo che siamo noi il problema, le cose che sono accadute accadranno di nuovo. Deve tornare la regola del NO. A 16 anni? Capodanno con mamma e papà, e con i figli degli amici di mamma e papà. 

Lo so: è faticoso per loro ed è faticoso per noi. Ma quante volte io, da ragazzo, mi sono dovuto anche annoiare con i miei… eppure non sono morto. La noia è un dono: spesso fa nascere la creatività. Invece oggi abbiamo il terrore della noia. 

Che stupidi che siamo. Sono antiquato? Cattivo? Non capisco niente? Potrebbe anche essere. Però voglio lasciarvi con una riflessione che mi è sorta vedendo le immagini, in esclusiva sul TG3, dello scoppio dell’incendio: 

la candela tocca il soffitto, partono le prime fiamme sul solaio… la musica suona; un ragazzo di colore cerca di spegnere le fiamme con un tovagliolo… le fiamme si allargano… la musica suona; 

i ragazzi, anziché tentare anche loro di spegnerle o di scappare, sono intenti a riprendere la scena con i loro cellulari. La morte si avvicina e loro la riprendono. Perché? Perché non sono in grado di capire. E perché non sono in grado di capire? Perché hanno 16 anni. Punto. Alla fine della serata si conteranno almeno 40 morti e oltre 100 feriti. 

Hai voglia a piangere lacrime di coccodrillo. 

Lorenzo Valloreja













sabato 3 gennaio 2026

Bombe su Caracas e deposizione di Maduro: riflessioni e possibili scenari



Gli strani auguri di Buon Anno di Trump a Maduro

Abbiamo appena fatto in tempo a farci gli auguri per un Buon 2026, auspicando se non l'estinzione, la drastica riduzione dei conflitti in corso. 

Ecco dunque che Donald Trump ha pensato bene di smentirci, se ancora ci fosse qualche dubbio ancora sulla sua personalità altalenante e sulla sua azione destabilizzante per il mondo intero.

Abbiamo imparato che senza consultare il Parlamento, in poche decine di minuti dopo una pianificazione segreta durata mesi, un capo di Stato può bombardare il suo vicino, 

rapire come il peggiore dei sequestratori Nuoresi degli anni '70 un altro capo di Stato nel suo domicilio e portarselo a casa per giudicarlo nel suo paese a suo piacimento (senza per ora coinvolgere gli organismi internazionali).

Sarà contenta Maria Corina Machado, la premio Nobel che invitava Trump a bombardare il suo paese per liberarlo da Nicolás Maduro.

La stessa Machado, tra l'altro, da degna pacifista ha espresso la sua vicinanza al governo Israeliano guardandosi bene dal condannare minimamente il massacro di Gaza.

Trump ha affermato che gli Usa amministreranno il Venezuela fino a quando non troveranno un nuovo leader.

Se le cose continueranno a filare lisce per lui, il petrolio e il gas del paese Caraibico verranno privatizzati a beneficio di pochi speculatori. 

Ricordiamo che il corso di governo Chavez-Machado ha mantenuto gli idrocarburi di proprietà pubblica e li ha utilizzati per finanziare la spesa sociale e statale, sostanzialmente negli interessi del popolo e della nazione Venezuelana.

Nessuno ha creduto alle accuse di narcotraffico mosse da Washington, che non si è scomodata nemmeno di trovare una scusa credibile per fare quello che ha fatto.


Esiste ancora il diritto internazionale?

Ripeto quanto già ho affermato in passato e che mi sembra un principio oggettivo, per chi ha onestà intellettuale: Gli Usa non sono nessuno per invadere un altro Stato senza motivo, rapirne il presidente eletto e decidere di sottoporlo a un tribunale che non ha nessuna validità per giudicare l'operato politico di un leader straniero.

Non ha rilevanza il fatto che negli ultimi anni Maduro stesse virando verso un regime più autoritario rispetto al passato: sono affari interni al Venezuela e se una ingerenza esterna deve esserci, deve semmai provenire dall'Onu.

Gli Stati Uniti non possono sostituirsi alla volontà di un popolo.


La Giunta Bolivariana non è ancora sciolta. Ecco gli scenari per i prossimi giorni

E ora?

La giunta Maduro non è sciolta. La vicepresidente Delcy Rodriguez, così come il ministro della Difesa Vladimir Padrino Lopez, hanno chiaramente fatto intendere che sono disposti a combattere se necessario e che l'esercito è già dispiegato.

Di certo qualcuno, nei vertici politici e militari, ha tradito. Con un breve raid gli Americani hanno prelevato il presidente Maduro.

Sono giunti con grande dispiego di mezzi di aviazione. Tuttavia la contraerea non ha sparato un colpo e nonostante i preparativi militari dei mesi precedenti, le difese militari presenti nella capitale sono rimaste inerti.

Gli scenari dei prossimi giorni sono diversi: 

1 Coloro che hanno consegnato Maduro agli Americani guideranno la transizione verso nuove elezioni. 

2 Una guerra civile tra fazioni potrebbe nascere.

3 Gli esponenti e gli accoliti del governo ancora in carica potrebbero mantenere il potere e scegliere una nuova leadership, negoziando alcuni punti con gli Americani. In tal caso Donald Trump si accontenterebbe del raid già compiuto, prendendosi solo Maduro senza attuare un cambio di regime.

4 Gli Americani potrebbero far pressione al governo attuale di farsi da parte, che, supportato da proprio esercito, potrebbe opporre resistenza. Ne potrebbe nascere un nuovo scontro armato su scala più estesa.

5 Sotto pressione degli Americani e con l'ammutinamento dei vertici dell'esercito, il governo corrente si potrebbe dimettere con nuovi corsi filo-americani prima e dopo le nuove elezioni.

Questa lista di ipotesi probabilmente non è esaustiva.


Il Venezuela: un paese che lotta da sempre per la sua indipendenza

La Casa Bianca ha continuamente cercato di ingerirsi nella politica Venezuelana: 

lo ha fatto nel Novecento costantemente; 

lo ha dimostrato nel 2002 fa col Golpe Carmona, sventato dal popolo stesso e da alcuni apparati dell'esercito, che rimisero in sella Chavez, amato da una netta maggioranza della popolazione; ricordiamo che a quel cambio di regime partecipò anche la Machado;

ci ha provato di nuovo nel 2019 anche col golpe Guajdo, quando un giovanotto con quel nome, di punto in bianco, ridicolmente, raccogliendo fior di pernacchi da ogni dove dell'America Latina, si autoproclamò presidente.


Il Regime Bolivariano lotta per la sovranità del suo paese.

Quanto alla natura del regime Bolivariano, precisiamo che ha goduto di una certa legittimazione fino a poco tempo fa.

I media privati, gestiti dai finanzieri che fino a qualche anno prima si stavano spartendo il paese si schierarono contro Chavez durante il Golpe del 2002, inventandosi tra l'altro inesistenti violenze contro la popolazione. 

Fu il popolo stesso a rimettere in sella il proprio leader, scendendo in piazza.

Il fatto stesso che Chavez, fino a quel momento, non avesse il controllo dei mezzi di comunicazione e soprattutto delle televisioni che propinavano immagini manipolate, dimostra che almeno in quel momento egli non potesse definirsi un dittatore.

Se poi il Venezuela ha scelto di seguire il corso Bolivariano con una Costituzione ad hoc ed un impianto socialista e populista, è stato per reagire alle continue influenze imperialiste che gli States hanno esercitato verso tutto il Centro e il Sud America.


Pensiamo al popolo Venezuelano

In queste ore concitate in cui gente comune e addetti alla comunicazione dibattono vivacemente, un pensiero silenzioso e colmo di rispetto deve andare a quei cittadini di Caracas uccisi nella operazione militare Americana della notte scorsa.

Oltre ad essi, c'è un popolo che rischia di essere depredato ancora una volta della sua libertà di scegliere. 

Se negli ultimi anni questa massa sofferente, costretta spesso ad emigrare, si è dovuta destreggiare tra le sanzioni finanziarie Statunitensi e la repressione governativa, ora intravede la prospettiva di dover obbedire alle direttive di una superpotenza straniera e di essere spogliata del suo tesoro di idrocarburi.

Non solo: le probabilità di altri scontri armati non sono affatto da escludere.

Ovviamente non ce lo auguriamo, ma non è la prima volta che l'occidente ha pensato bene di esportare la democrazia con le armi, generando decenni di instabilità: è la storia della Libia e dell'Iraq, ma con tante varianti troviamo analogie nelle storie di tanti paesi, inclusi quelli dell'America Latina.